Autoguarigione Tantrica Ngalso

Questo esercizio tantrico di auto-guarigione è una forma condensata che riunisce diverse terapie di purificazione del corpo, della parola e della mente, dell’ambiente e dei cinque elementi che compongono il microcosmo e il macrocosmo: include il respiro, i gesti, il suono, la visualizzazione, il colore e simboli terapeutici. Espirando, espelliamo tutte le nostre negatività e malattie accumulate; inspirando canalizziamo tutte le energie pure dei cinque elementi e dei cinque Dhyani Buddha, i Guaritori Supremi. Questo esercizio di respirazione ci accompagna mentre eseguiamo i mudra, quando recitiamo i mantra e esercitiamo la concentrazione meditativa. Possano i meriti creati dalla pratica dell’Autoguarigione Tantrica NgalSo essere dedicati alla pace del mondo esteriore e interiore ora e sempre.

Tra silenzio e parola

[02:56]

Uno dei tanti detti di Confucio: un uomo che sposta una montagna, la sposta pietra per pietra. Non importa per quanto tempo, ma continua sino alla fine. Questa dovrebbe essere la nostra pratica: non è possibile spostare una montagna salendoci sopra. Dobbiamo spostarla pietra per pietra. Per quanto sia grande, il monte Sumeru, la sede di Manjushri o la sede di Avalokitesvara, pietra per pietra, riusciremo a spostarla, e a portarla nel nostro essere, nella nostra mente, nel nostro cuore, e nella nostra coscienza.

[04:35]

La pratica si dice, anche, che sia come un’incessante goccia, che può attraversare anche il granito più duro. Spesso, i principianti si siedono in zazen, pensando di cavalcare la tigre, come si diceva in ambito taoista, adottato poi dallo Zen. Monju, bodhisattva della saggezza, è spesso raffigurato seduto su una tigre domata. I principianti, fermi, immobili nella loro pratica, pensano che basti sedersi con la schiena rigida e la mente immobile per cavalcare la tigre, ma la pratica è fatta di una continua costanza, un’ interminabile costanza. Spostare una pietra dopo l’altra, per spostare tutta la montagna.

[06:46]

Malaugurate persone pensano che sedersi in zazen sia tutto. E quando si accorgono di non aver spostato che aria nella loro pratica ,di aver occupato  soltanto lo spazio dove prima c’era l’ aria. E con tutto quello che hanno fatto, hanno riempito, con il loro corpo, uno spazio vuoto. Mentre la pratica dello zen è fatta di costanza, di perseveranza; un continuo essere dentro la pratica.

[08:12]

Alzarsi al mattino presto, con i primi rumori della città, o i primi rumori della campagna, quando siamo a Sanboji. Sedersi in zazen, iniziare un nuovo giorno, rientrare la sera, sedersi in zazen nuovamente prima di riposare, per includere, non concludere, per includere tutto il giorno nella nostra pratica. Una pietra alla volta, spostare la montagna. Le persone discutono ancora tra pensiero e parola, tra silenzio e rumore della mente. Quando si è seduti in zazen, non c’è nessuna discriminazione tra il silenzio e il rumore.

[10:10]

Alcune persone malaccorte ancora discutono sul sentiero graduale o sull’illuminazione improvvisa;  se ci sia una pulizia o se non ci sia nulla da pulire. Il vecchio, buon Huineng, con la sua poesia scritta sui calcinacci del muro: “Non c’è nessuna polvere che si deposita sulla nostra coscienza, quindi non c’è nulla da tener pulito”, in risposta al capo dei monaci che aveva scritto “Dobbiamo mantenere sempre pulito lo specchio”. Una sembra la contraddizione dell’altra, la contrapposizione ,ma chi ha messo in bocca a Huineng e al suo antagonista, queste parole, ha fatto un grande servizio a tutti i praticanti zen, che ancora sono legati a un palo discutendo su queste due poes,ie.

[12:42]

C’è la polvere nella nostra mente, come c’è nella nostra pratica quando non pratichiamo. C’è lo splendore del satori, dell’Illuminazione, nel sorriso del Buddha davanti al suo discepolo Kashapa, quando noi stiamo praticando.

[13:26]

La pratica è incessante. Non è una via da percorrere,  benché talvolta la si chiami la Grande Via. Non è un sentiero, benché talvolta lo si chiami Sentiero Graduale. Non è un’esplosione, anche se spesso la chiamiamo Illuminazione, come se fosse la luce di un fuoco d’artificio che splende nella buia notte della nostra mente. E’ qualcosa di tutto questo, ma è anche qualcosa molto più wabi sabi,  come si dice nello zen; di essenziale, di semplice, soprattutto di naturale.

[14:56]

Più che togliere la polvere che non c’è, o mettere della polvere nella nostra mente, tirare l’acqua al pozzo e preparare la legna per il fuoco: l’essenzialità della pratica.

[15:28]

Sedersi in zazen,  alzarsi in kinhin, risedersi in zazen. Una semplicità disarmante, tanto è chiara, come abbiamo imparato in questo seminario dello scorso sabato e domenica. Come Nagarjuna, come Vasubandhu, come tutti i grandi maestri ripetono: seduti in zazen, nulla si costruisce di più, nulla si sottrae, ma l’intero universo si manifesta. La realtà così com’é.

[16:53]

Studiando la pratica e gli insegnamenti dei grandi maestri, la mente si affina, il pensiero si fa più penetrante e va oltre i nostri condizionamenti. Sarà andare oltre le nostre volizioni, i nostri attaccamenti, e comprendere la natura delle cose. Il grande maestro Dogen, si dice che insegnasse tutti i giorni ai suoi discepoli. Il suo trattato “Il vero Occhio della Legge del Dharma”, lo Shobogenzo, è un insegnamento profondo, acuto che penetra, per chi lo comprende, nelle profondità della nostra mente.

[18:47]

Sedersi in Zen. La conferma è l’inverare tutto questo. Una pietra dopo l’altra, spostare la montagna, senza fermarsi mai sino alla fine. Questa dev’essere l’immagine che ogni praticante porta della sua pratica. Provate, almeno per una settimana. Sette sono i passi che fece il Buddha, si dice, appena nato nel mondo. Provate a svegliarvi al mattino, prima che tutta la città si svegli, a sedervi quietamente in zazen.

[20:27]

Terminare la giornata. Prima di dormire, come ultima pratica, sedersi in zazen. Non per aprire e chiudere la giornata. Ma per includere la giornata nella pratica. Un giorno dopo l’altro. Spostare un sasso dopo l’altro. Una pietra dopo l’altra. Per sette giorni. Ininterrottamente. E come si dice nello Zen. Sentirete. I frutti della pratica a maturare. Determinazione costanza. Pratica.

Se incontri un uomo della via

[01:32]

Il ventottesimo…anche ottimo: ventottimo…il ventottesimo caso del Mumonkan, se la memoria non mi inganna sui numeri, dice: “Se incontri un uomo del Tao, un uomo della Via, come lo saluterai?”. Può sembrare un po’ criptico questo koan, perché questa domanda, se incontri un uomo della via come lo saluterai?…Possiamo dare delle interpretazioni dottrinali, come molti danno, a uomo, inteso essere naturalmente nella vita, non è uomo o donna. Non è una discriminante. E questa parola Via…Tao, Dao, Realizzazione, satori…

[03:03]

E analizzare che cosa è il satori,  che cos’è l’Illuminazione. Che è un essere illuminato. Ma il significato profondo correlato all’esperienza diretta del koan é: “Se incontri la vita, cosa fai?”. Questo è il vero cuore del koan: “Che cosa fai?”. Che questi sia un uomo realizzato e illuminato, per quanto interessante sia. Conoscere i segni, come i trenta e più segni del Buddha, come si riconosce, è molto interessante ma poco serve al nostro cammino.

[04:27]

Se incontri la via, che è la vita, altro non è, come ti comporti? In questo periodo, questo koan è più vivo che mai. Sotto questo cielo, in questo periodo, stiamo incontrando la Via in modo differente. La nostra vita ci viene incontro. Noi siamo in casa, tra quattro mura, e  fuori accade il destino della nostra vita: posso uscire, non posso uscire; posso bere un bicchiere d’acqua, tre bicchieri d’acqua; posso andare a comprare il pane o non posso; posso lavorare o lavoro da casa.

[05:56]

Ma a noi spetta l’azione a tutto questo, la risposta a tutto questo. Come rispondiamo? Non cerchiamo formule facili. Non cerchiamo quegli elementi validi,  bellissimi,  affascinanti, come la compassione, l’amore, l’equanimità e tutti gli insegnamenti del buddhismo. Quelle sono vie etiche e morali, che dobbiamo sicuramente risvegliare in noi. Ma se facciamo un passo indietro, lo zen ti chiede: “Se incontri la vita, come rispondi?”. Il primo, che dice con un sorriso…vedo già il maestro Joshu o il maestro Gutei che affonda il suo bastone sulla tua testa…

[07:35]

…il primo che dice: “Bisogna amare tutti!”, sicuramente verrà cacciato dalla sala del Dharma. Il primo  che nomina la compassione, che nomina i quattro Brahma Vihara, le quattro dimore della saggezza, gli verrà tolto il cuscino e impedito di inquinare l’aria con il suo respiro nella sala di pratica. Se cercate nella pratica dello zen un atto consolatorio…a un uomo della via, che cammina sul crinale di una montagna, appoggiandosi con un bastone per sostenersi, gli toglierò anche quel bastone.

[08:59]

Quel bastone sono tutte le nostre risposte facili. Sono quando…devo elaborare un lutto, un dolore e una sofferenza, e trovo qualcosa che distragga la mia mente, anziché passare attraverso l’elaborazione, il cammino per uscire dal tunnel. Quando parliamo di compassione, di amore, di equanimià, di gioia simpatetica come risposta alla vita, stiamo fuggendo e non elaborando la nostra vita. Questo comportamento dovrebbe già essere innato in noi o sviluppato, sicuramente. Ma non è la risposta alla vita.

[10:26]

Quando incontri la vita come risponderai?

Mi siederò qui, sotto a questo albero

[01:39]

Anatta ni kyo wa nan desu ka?  Che cos’è anatta oggi? Questo weekend, sabato e domenica, inizia un favoloso corso sul buddhismo, ad orientamento principalmente zen. Anche se il primo seminario sarà centrato sulle basi del buddhismo, che sono le basi dello zen. Anche se poi, naturalmente, come ben sappiamo, nei tempi e nelle culture è modificato dall’aspetto originario indiano ma non dall’aspetto originario degli insegnamenti del Buddha. E questo è quello che capiremo, soprattutto, in questo primo seminario. Come mai lo Zen sembra, forse lo è, così differente da quello che noi occidentali, ma anche orientali, definiamo buddhismo.

[02:55]

Al punto che alcuni, pochi…ma non hanno conoscenza…che non hanno conoscenza del buddhismo…ma forse hanno conoscenza del buddhismo, ma non hanno conoscenza degli insegnamenti del Buddha..che non sempre collima…buddhismo e insegnamento del Buddha, come ben sappiamo, come il cristianesimo, forse, non collima, o non sempre, con gli insegnamenti di Cristo. Perché il buddhismo è cresciuto, si è sviluppato con tempi e culture differenti. E così anche lo zen. Ma ogni scuola, nel suo cuore, e non solo, si rifà agli insegnamenti del Buddha.

[03:59]

Quindi, può sembrare un po diverso in alcune cose e in alcuni aspetti dal Buddhismo, in generale, a quello che si conosce comunemente, o da quel poco che le persone conoscono comunemente del buddhismo. Ma, di fatto, anche se si discosta da quello che comunemente si conosce del buddhismo, lo zen si rifà agli insegnamenti di Shakyamuni Buddha e all’interno della sua pratica, all’interno dei suoi insegnamenti, batte il cuore degli insegnamenti del Buddha, del vecchio Shakya. Ogni pratica che noi facciamo nello Zen si rifà a un insegnamento del Buddha.

[05:00]

La meditazione, poi, si rifà al momento topico della storia del Buddha, sotto l’albero del Ficus religiosa. E persino i koan si rifanno all’insegnamento del Buddha. Certo, il Buddha non usava i koan, usava sicuramente storie, parabole, metafore, che erano un classico dell’India. Però lo zen le ha asciugate, le ha viste con un’ottica, naturalmente, di messaggio, forse più diretto, un po più forte, adattato ai tempi. Adattato ai tempi di allora e, soprattutto, adattato ai tempi di oggi. Quindi praticare lo Zen è praticare gli insegnamenti del Buddha.

[06:07]

Può darsi che in alcuni casi non sia praticare IL buddhismo, ma, sicuramente, gli insegnamenti del Buddha, sì. Per questo che zazen è un punto centrale dello zen. In alcune scuole buddhiste, la meditazione, che  non si chiama zazen, la meditazione, non è il cuore centrale. In alcune scuole buddhiste il cuore centrale è conoscere come la mente funziona. Noi, umilmente, ci rifacciamo a quelle parole del Buddha, prima di sedersi sotto l’albero di pippala, sotto l’albero della Bodhi, sotto il ficus religiosa, che dicevano: “Mi siederò qui, sotto questo albero, e non mi alzerò fin quando non avrò realizzato l’essenza della natura umana e dell’universo”, quella che poi viene chiamata Illuminazione. Ecco, noi ci rifacciamo a questo momento topico, quindi non studiamo tanto i meccanismi della mente, di come si appanna o di come si disappanna la nostra mente. Questo è utilissimo. Va studiato, approfondito, ma, per noi, la pratica dello zen non riguarda espressamente questo. Questo accade già nella pratica di zazen. Questo accade nelle pratiche dello zen.

[08:12]

Quindi, per quanto fascinoso sia studiare la mente e il funzionamento della mente, la pratica dello zen cerca di fare addirittura un passo indietro, non perché rifiuti questo ma perché, con questo passo indietro, trova, e cerca di trovare, l’origine della complessità della mente. Per questo lo zazen è uno zazen  che si basa su shikantaza o sulle parabole, sulle storie, sulle metafore,  sulle domande che tutti dovremmo avere dentro. Quelle che si chiamano koan. Il silenzio, con il passo indietro e la rivisitazione della mente. Quando io faccio un passo indietro, vedo la mia mente lì, apparecchiata, con tutti i suoi problemi, i suoi concetti, i suoi preconcetti, le sue arrabbiature, le sue” io non sono così” “Tu mi tratti così” “Il mondo è così” “Io voglio agire così”…tutti i pensieri della mente…naturalmente, sono…natural-mente…sono naturali, questi pensieri, per una mente condizionata. Ma per uno che pratica facendo un passo indietro…vede questi giochi, come si dice nel buddhismo, questa mente mossa dai fili dell’Io, dell’Ego, dei nostri preconcetti, dei nostri concetti che si sono radicati e che agiscono per noi.

[10:10]

Quindi, facendo un passo indietro e vedendo questo teatro della mente che noi, poi, raffiguriamo nella vita e  diamo realtà…bene, per cambiare questo teatro della mente, nello zazen si usano i koan proprio per, come dire, mettere in scacco tutto questo nostro pensiero, questi nostri condizionamenti, questo teatrino, che poi quasi sempre è un dramma,

[10:52]

non è un teatrino. Alle volte meno drammatico, alle volte un dramma serio, che ci coinvolge, purtroppo. Questa è la pratica dello zen, e questa è la pratica degli insegnamenti del Buddha. Lo scopriremo, per chi seguirà il corso di buddhismo, come la pratica dello Zen affonda le radici là sotto l’albero della Bodhi.

[11:39]

Un koan dice: “La mente è il Buddha”.

[11:48]

Nella stessa raccolta, poche pagine dopo, si legge: “Nessuna mente, nessun Buddha”. Mi viene da pensare un’affermazione che ho letto tempo fa:

[12:12]

il buddhismo, in fondo, è la conoscenza della mente umana. Questa è un’affermazione detta da un eminente buddhista.

[12:37]

Se ci fosse stato un maestro zen ad ascoltare questa affermazione, probabilmente avrebbe dato un calcio alla brocca, citando un altro famoso koan. Oppure avrebbe tagliato il dito. O tagliato un gatto in due. O semplicemente arrotolato una tendina di bambù. Il buddhismo, come “-ismo”, può essere la conoscenza della mente. Gli insegnamenti del Buddha sarebbero veramente limitati, e limitanti, se si fermassero alla conoscenza della mente.

[13:56]

Per quanto esposta, con saggezza, dagli insegnamenti portati a voce dal Buddha dai suoi discepoli, non ci sarebbe bisogno di scomodarsi molto. In occidente, chi ha indagato la mente, ha fatto un grande lavoro. Ne è stata fatta una grande pratica che non è diventata religione, ma è diventata psicologia, è diventata psicanalisi. Gli insegnamenti del Buddha non si limitano alla conoscenza della mente.

[15:02]

Chi ha deciso di praticare lo zen, piano piano, camminando nella pratica, ha saputo distinguere tra il sacro e il profano, come si diceva una volta, pur non essendoci nulla né di sacro né di profano, nella via dello Zen.

[15:31]

Sa distinguere tra la conoscenza della mente e la conoscenza dell’essenza dell’essere umano. Come dire che, se una persona non conosce la propria mente, non realizza l’Illuminazione, il satori, il nirvana. E’ per questo che nella storia dello zen, nella simbologia dello zen, nelle metafore dello zen,

[16:19]

i grandi maestri erano dei pelapatate, dei traghettatori sui fiumi, dei venditori di meloni sotto i ponti, dei pulitori di tombe, o degli eremiti, che compilavano poesie e canzoni nel loro romitaggio. Questo non è un invito all’ignoranza. Assolutamente. E’ un invito a prendere la propria mente con allegria, con pragmaticità, con leggerezza, sapendo che è un grande teatro. Alle volte è un dramma. Alle volte è un melodramma, su cui bisogna intervenire nel copione.

[17:30]

Ma se sorridiamo, sapendo che è comunque teatro della nostra mente, possiamo intervenire facilmente a cambiarne i tempi e anche gli attori. Controversie, dolori, sofferenze. Sorridiamo davanti a questo teatro creato dall’essere umano e impegniamoci per cambiare il copione. Lasciamo agli psicologi, agli psicoanalisti, ai terapisti lo studio della mente e dei suoi meccanismi. Noi stiamo praticando zen.

Il tuo posto nell’universo

[01:22]

Lo zazen. La pratica principale dello zen. Qual è la pratica principale per un essere umano? Mangiare? Sicuramente, ma possiamo stare diversi giorni senza nutrirci. Bere? Sicuramente, ma possiamo stare diversi giorni anche senza bere; il nostro corpo, perlomeno all’inizio, funziona molto bene, talvolta anche meglio, durante i digiuni, come probabilmente molti hanno sperimentato. Ma se smettiamo di respirare anche solo per pochi minuti, cambiamo dimensione. La pratica principale per un essere umano è respirare, incessantemente, giorno e notte, giorno e notte. Tutta la vita.

[03:04]

Quando si smette di respirare, si passa ad un’altra vita. La pratica principale dello zen è lo zazen. Quando si smette di praticare zazen, si passa ad un’altra vita, non più alla vita zen.

[03:44]

Alcuni buddhisti affermano che il buddhismo non è una religione, ma è lo studio e la conoscenza della mente. Il buddhismo, per lo zen, ha fatto un’altra strada. E’ passato per la strada per la Cina. E’ passato per il taoismo. E’ passato per uomini che non mettevano l’essere umano al centro dell’universo, ma erano Uno con tutto l’universo. Quindi, il loro interesse non era la psicologia della mente, ma l’unione con il cosmo. Ritrovare la propria vera natura.

[05:16]

E’ di questo che lo zen si occupa veramente attraverso lo zazen. Attraverso gli insegnamenti di Shakyamuni Buddha. Ma non considera la nostra mente la natura di Buddha, ma l’intero universo, in cui noi siamo Uno. Non abbiamo bisogno di scomodare gli insegnamenti del Buddha, se vogliamo una pratica assolutamente importante per l’essere umano, se vogliamo un equilibrio della mente,  se vogliamo conoscere i meccanismi della mente, se vogliamo mettere ordine alla mente. Pratiche che non si chiamano buddhismo, perché si chiamano in tanti modi.

[06:32]

Nate anche in Occidente. Sviluppate, cresciute, praticate in Occidente. Hanno le stesse funzioni e gli stessi valori. Il buddhismo, lo zen, si occupa del tuo vero posto nell’universo. Non trascende, ma allarga la pratica, la tua realizzazione, al tutto. L’ordine nella tua mente nascerà quando cammini, quando pratichi zazen, quando ti siedi con la tua pratica. Nello zen si dice: “La mente può conoscere solo la mente”.

[07:56]

E’ per questo che lo zazen è il respiro dello zen. La sofferenza non termina quando hai compreso come nasce la sofferenza nella tua mente. La sofferenza termina il momento che la tua vera natura è risvegliata. La ricchezza non viene quando hai compreso come diventare ricco. La ricchezza viene quando hai scoperto che il tuo tesoro è sempre stato lì, in casa, a tua disposizione. Per questo guardiano zazen non solo come un ordinamento morale, etico, ma soprattutto, e principalmente,  come la via che riconduce a noi stessi.

La Motivazione

[02:06.350]

Oggi praticheremo dell’inutile, noioso zazen. Astenersi chi aspetta soltanto un grande discorso illuminato, anche perché difficilmente uscirebbe dalla mia bocca, ma, comunque, nessun tentativo, questa sera. Soltanto zazen. Non vedete niente muoversi, se vedete l’immagine ferma. Non preoccupatevi: siamo sempre collegati. Sentite la vostra mente ferma tranquilla e immobile. Non preoccupatevi: siete ancora vivi, siete in zazen. Ovunque siate, con il vostro cellulare in mano, seduti davanti a un computer, sulla vostra poltrona relax o sul vostro zafu, zazen non cambia.

[04:22.760]

La pratica è sempre quella: respirare profondamente. Due, tre, quattro, cinque volte… al quinto respiro, adagiare il respiro tra le vostre mani. Hokkaijoin, il grande mudra, mahamudra, l’oceano di energia. Depositarlo delicatamente, leggero, naturale. Il buddhismo è ricco. Mille fascinazioni, mille pratiche, soprattutto per noi occidentali, che ci ammaliano, ci rapiscono, e spesso nello zen, anche, ci stordiscono.  Essere ammaliati e affascinati da questo spirito orientale, di origine orientale, è una cosa che sicuramente fa parte, anche del nostro cammino, di tutti noi.

[06:07.090]

Tutti siamo stati rapiti, affascinati, ammaliati dal sorriso del Buddha, dalle gesta del Buddha, dagli insegnamenti del Buddha. Quando poi la nostra pratica si fa più intensa, più profonda, la fascinazione, l’esotismo lasciano spazio a tanti perché, a tanti dubbi, a tante incertezze. E camminiamo dentro questi dubbi e queste incertezze, sperando di arrivare in fondo. Di uscire dal tunnel.

[07:29.360]

Perché pratichiamo? Qual è la giusta pratica? Qual è la giusta motivazione per la pratica? Per me? Per l’altro? Per la società? Per l’ambiente? Non devo avere motivazioni. Ogni tanto, sentiamo una buona parola o leggiamo un buon sutra, o un buon commento di un maestro e ci sembra di intravedere. la luce alla fine del tunnel. Quando arriviamo a quella luce, ci accorgiamo che inizia un altro tunnel. Un altro buio, altre domande. Siamo alla ricerca di altre sicurezze, di altre possibili soluzioni.

[08:41.970]

Questo avviene continuamente nella nostra vita: nove volte giù, dieci volte su. Non per questo decidiamo di smettere di vivere, se non in momenti veramente bui della nostra vita. Abbiamo mai pensato questo. Il giorno dopo riprendiamo il cammino. Il cammino della nostra vita, il cammino della nostra pratica. La risposta a tutte queste domande è semplicemente vivere la nostra vita. Non è l’ abbandonare la ricerca.Non è l’abbandonare il porsi domande.

[09:57.070]

Non è l’abbandonare il trovare la via migliore, la vita migliore, il modo per viverla. Non è l’appiattimento, insensato, del “tanto tutto è”. Un bellissimo koan dice che una volta il maestro Joshu, a qualsiasi domanda che gli fosse stata posta, rispondeva soltanto alzando un dito. Questo è uno dei grandi koan. Alzava il dito, e non dava nessuna spiegazione del perché. Questa era sempre la sua risposta. Chi conosce poco la pratica dello zen, il buddhismo,

[11:23.680]

pensa che questo dito alzato significhi “unità”. “Tutto è Uno”. Oppure, “tutto è uguale”. Oppure non c’è nessuna risposta. Di fatto, Joshu alzava il dito per rispondere. Alzava il dito per segnare una differenziazione. Se no, non avrebbe alzato il dito. Alzava il dito per affermare la propria esistenza. Lo dobbiamo fare noi ogni giorno,  affermare la nostra esistenza attraverso l’Ottuplice Sentiero: il Retto Pensare, la Retta Parola, la Retta Azione, il Retto muoversi in relazione con gli altri, i mezzi di sussistenza.

[12:39.760]

E così, continuamente, affermare la propria vita. La via dello zen non è una via di rinuncia, mon è una via che porta all’appiattimento. Tutti i grandi maestri zen erano delle grandi persone, dei grandi saggi, delle grandi personalità, delle grandi menti, dei grandi cuori, dei grandi esseri. E costantemente lo affermavano, non egoicamente. Lo affermavano come esistenza dell’essere umano. Guai a chi si nasconde dietro lo zazen nascondendosi. Chi ha paura di essere, non è e non cammina nella pratica dello zen.

[14:07.210]

Gutei, Joshu, Tenryu. Tutti alzavano questo dito. Altri, suonavano le campane. Altri, cantavano i sutra. Altri camminavano come pellegrini e ricostruivano templi. Tutti i grandi maestri Zen hanno lasciato la traccia della loro affermazione di esseri umani su questo pianeta. Ogni giorno che ci svegliamo dobbiamo affermare il nostro pensiero, le nostre decisioni, il nostro essere nella vita. Non sottrarci, non procrastinare, non demandare agli altri il nostro pensiero, il nostro pensare, il nostro decidere.

[15:32.240]

Non farsi appannare la vista. Non lasciare che gli altri decidano per noi. Non abdicare la nostra vita agli altri. Qualunque implicazione ci sia, dobbiamo affermare la nostra vita. Come ha fatto Shakyamuni Buddha, come ha fatto Dogen, come ha fatto ogni maestro che ha passato il proprio sangue, Komyaku, la trasmissione, ai propri discepoli. Il Non.Sé  non è il non-essere. L’illuminazione, il kensho,  il satori, è la completezza dell’essere.

Incontrare la sofferenza

[00:00:01.690]

Qualcuno mi faceva notare che i semafori sono gialli. No? Verde giallo rosso. Giallo arancione. Basi complementari. Rosso verde. Quello che conta è la via di mezzo come insegnata dal nostro patriarca il vecchio Shakia. Trovare sempre la resilienza. La via di mezzo che ben sappiamo non è né stare di qua né stare di là, ma è stare con consapevolezza in ciò che il momento richiede. E spesso anche trasformare positivamente il veleno che stiamo bevendo. Come tutti noi praticanti stiamo trasformando positivamente.

[00:01:30.960]

Questo anno di pandemia di confino in una grande opportunità.

[00:01:42.430]

Quando piangiamo i nostri cari. Le persone che ci hanno lasciato per questo infausto tempo. Piangiamo i nostri cari. Seriamente addolorati. Certo nessuno pensa “Ah grazie a queste persone che ci hanno lasciato io ho sviluppato la consapevolezza” in quel momento lo stato di sofferenza vissuto fino in fondo. Ma in altri momenti accendiamo proprio l’incenso e facciamo sampai, i tre doverosi e devoti inchini a tutte le persone hanno lasciato questo mondo. Siamo debitori per il momento ci hanno offerto di profonda consapevolezza.

[00:03:03.480]

Profonda meditazione. E di profonda occasione per il cambiamento. Se non cogliamo questo momento le persone che sono morte e le persone che stanno soffrendo lo stanno facendo inutilmente. Certamente non tutti accettano e vedono questa condizione. Noi che pratichiamo, che conosciamo bene in permanenza, degli accadimenti della vita e che conosciamo anche bene le interrelazione l’interconnessione  l’interdipendenza

[00:04:13.810]

Tra tutti gli esseri. Dobbiamo far sì che le persone che hanno lasciato questa terra che sono morte, le persone che stanno soffrendo, quelle che ancora soffriranno, tutto questo non sia inutile, vano. Che non sia solo un capriccio del caso che passerà nella storia dell’umanità. Quindi io sento la responsabilità del cambiamento. Proprio per tutta questa sofferenza. Non dobbiamo girarci dall’altra parte. Dobbiamo vedere questa sofferenza e il nostro modo di affrontarla. Sofferenza fisica sofferenza di chi sta male, psicologica,

[00:05:27.390]

Mentale. La sofferenza di chi si trova in una condizione completamente diversa e non ha la possibilità gli strumenti per superarla. Persone che si trovano in condizioni completamente nuove e dentro la loro mente non trovano come affrontarle. La sofferenza di chi è disteso in un letto e non sa se arriva domani. E la sofferenza di tutte le persone che si sono ritrovate sole perché i loro cari i loro amici i loro parenti sono morti.

[00:06:39.820]

Noi dobbiamo stare dentro questo momento. Nel sentire la responsabilità di tutto questo. E noi possiamo incominciare un vero cambiamento. Non perché cambiamo le frasi della nostra vita. Ma perché cambiamo il modo di stare nella nostra vita. Non si tratta di ridurre qualcosa. Si tratta di un vero cambiamento di prospettiva della vita. Non possiamo incolpare i vivi che ce lo impediscono. Ma dobbiamo onorare tutte le persone che soffrono e che hanno lasciato questa terra e che ci permettono

[00:07:55.020]

Questo cambiamento di stato d’essere di coscienza di pensiero. Diversamente avremmo vissuto egoisticamente tutto questo periodo. Ricordiamoci che Shakyamuni Buddha Gautama decise di cambiare la propria vita. Proprio per onore per rispetto. Per compassione. Per responsabilità. Quando incontrò i malati, la sofferenza, la povertà e la morte, e si accorse incontrando la vecchiaia che tutto passa rapidamente come una freccia e che non doveva rimandare a domani, e che non aveva nulla che gli impedisse di iniziare

[00:09:28.520]

oggi a trovare la via del cambiamento. Il primo passo è trovare la via del cambiamento. Abituati a fotocopiare una giornata dopo l’altra. Non sappiamo neanche come cambiare. E allora dobbiamo trovare la porta, l’uscita. Ogni tanto qualcuno, leggiamo poi che ogni tanto qualcuno dice. “Non c’è più la connessione”. Ma talvolta succede talvolta non è che non ci sia più la connessione, è che noi siamo fermi immobili. In zazen. Sembra un fermo immagine. E da una parte lo Zen

[00:10:51.090]

È proprio questo. È questo fermo immagine. È questo momento di astensione dal proprio io dal proprio ego che ci permette di trovare la porta. Per uscire allo scoperto con la nostra vera natura. Questo fermo immagine, questo zazen non è un momento di attesa, la nostra mente è vigile consapevole, lucida, come tutti i sensi sono attivi maggiormente in zazen, nessuno viene chiuso. La nostra mente indagatrice è ferma come il gatto prima dello scatto felino che

[00:12:04.440]

ha tutti i sensi aperti e coglierà l’attimo nella direzione giusta per il suo scatto. Così questa immobilità, questa astensione dall’io e dall’ego non è povertà espressiva, ma è ricchezza totale ed espressione del nostro essere. Mentre prima si esprimeva solo il nostro limitato pensare, il nostro limitato essere, in zazen si esprime la totalità del nostro essere. Pensieri, intuizioni, grande insight avvengono proprio grazie a questo silenzio dello zazen.

Il semaforo

[00:02:00.320]

Quando siamo seduti in zazen, la nostra mente da una parte è sicuramente più ricettiva. Noi cerchiamo di stare seduti nella presenza mentale. Che cosa significa presenza mentale? Presenza mentale significa essere presenti a tutti i pensieri, che ruotano nella nostra mente. Di fatto, non è proprio un ruotare, un seguire e una conseguenza lineare di pensieri. E’ una grande accozzaglia, un movimento senza direzione. Nascono alcuni pensieri, poi spariscono, poi ne nascono altri, poi scompaiono, poi altri, poi torna il pensiero di prima…

[00:03:25.360]

Questo è l’incedere di una mente normale. Poi ci sono, e ci possono essere, periodi in cui la nostra mente ha dei pensieri più ossessivi e quindi quando ci sediamo in zazen, si producono,  questi pensieri. Quando, seduti in zazen, lasciamo andare questi pensieri. E non è una grande volontà il lasciarli andare: accade. Tutti hanno sperimentato come non siamo proprio così, ancora, provetti guidatori dei nostri pensieri: partono come dardi impazziti. Ma, ogni tanto, quando abbiamo la capacità di stare

[00:04:35.350]

veramente nel nostro presente, nel quieto zazen, che non è certo una quietudine di annullamento, ma è appunto una presenza mentale quieta su tutto ciò che accade, allora incomincia ad entrare in profondità la pratica dello zazen. Lasciando i dibattiti sterili su cosa sia profondo, non profondo, motivato, non motivato… Lasciando ad altri momenti, non allo Zen, questi sterili battibecchi della nostra mente: mi devo sedere senza intenzione, e  allora chi mi sta spingendo a sedermi? Allora mi devo sedere con un’intenzione, ma, appena piego le ginocchia non devo aver più intenzione di essere seduto.

[00:05:40.060]

Allora che cosa mi tiene fermo lì seduto? No? E lo stesso la mente: la mente deve essere equanime su tutti i pensieri, allora li faccio scorrere tutti e dò retta un po a tutti. La mente non deve pensare, allora basterebbe neanche addormentarsi perché anche nel sonno ci vuole un’astrazione totale, ma sappiamo bene che non è la pratica della meditazione. In generale, non è neanche quella dello zazen, sicuramente, che meditazione sia o non sia definita.

[00:06:21.130]

Di fatto, quando ci sediamo in zazen, prendendo spunto da questi periodi e dalle classificazioni siamo in zona arancione. Perché siamo in zona arancione. Perché ogni tanto vado sicuramente in zona rossa. E nella zona rossa mi vieto di pensare, mi vieto di lasciar andare ogni cosa, come quando siamo in zona rossa: non posso fare questo, non faccio quell’altro…il mio critico interiore, che è uno dei peggiori, ma anche dei migliori, dipende dal momento, dei peggiori giudici, perché noi pensiamo di essere il miglior giudice di noi stessi ma, indubbiamente, per  alcune cose lo siamo perché abbiamo la conoscenza, o dovremmo avere la conoscenza approfondita di noi stessi, ma di fatto il giudizio è un giudizio viziato, perché è un giudizio che parte dalle nostre incertezze, dalle nostre debolezze, dai nostri condizionamenti, dalle nostre paure,

[00:07:49.500]

da tutto quel bagaglio che ben sappiamo e che ci rende poco credibili come giudici di noi stessi.  Il nostro critico interiore è quello che è sempre pronto a volere il meglio di noi, pur non sapendo quale sia poi il meglio di noi. Molte volte l’abbiamo già dato, non riusciremo più a darlo nella vita, ma il critico interiore

[00:08:22.280]

mette sempre a tacere quello che facciamo per voler raggiungere di più. Oppure lo assolve come qualcosa che non ha, effettivamente però un’analisi critica del nostro comportamento. Quella è la zona rossa, che seduti in zazen, avviene spesso, no?

[00:08:51.560]

O ci mettiamo a tacere, quindi siamo noi i primi a censurare noi stessi, i nostri pensieri e a censurare tutto con forza, con volontà per cercare la tranquillità, ma ben sappiamo che non è questo il modo.

[00:09:14.990]

Oppure siamo in zona gialla, dove vaghiamo continuamente, velocemente, da un pensiero all’altro: tutto è aperto, tutto è possibile, anche se ci costringiamo un po’ a stare comunque nella postura esternamente, poi internamente siamo pronti a dar retta ad ogni pensiero, a rispondere o a richiamare ogni nostro pensiero.

[00:09:57.900]

Di fatto, probabilmente, l’atteggiamento giusto nella pratica dello zazen, e non sto dicendo l’atteggiamento dello zazen, sto dicendo il nostro atteggiamento giusto, per approcciarci e per essere la pratica dello zazen, è quello arancione. Quando siamo al semaforo arancione, stiamo guidando la nostra autovettura, la nostra macchina, la nostra bicicletta, così seduti in zazen stiamo guidando il nostro zazen. Quando il semaforo è arancione, quando siamo in zona arancione, la nostra attenzione si quadruplica perché siamo attenti, per vedere se riusciamo a superare ad andare oltre l’incrocio.

[00:11:03.740]

Contemporaneamente siamo attenti se dietro, qualcuno, nel nostro rallentare per l’attenzione, non arrivi e non ci tamponi continuamente attenti. Solertemente presenti, ché a destra e a sinistra non arrivino, ché qualcuno non sia partito con il verde velocemente, e quindi si scontri con noi nel passare l’incrocio.

[00:11:37.720]

Quindi, la zona arancione, sia metaforicamente come nel periodo del covid, sia del semaforo arancione, è il momento migliore. E’ il momento migliore perché siamo seduti con un’attenzione molto consapevole su cosa sta accadendo.

[00:12:03.710]

Lasciare andare in zazen è avere un’attenzione consapevole di quello che sta accadendo in quell’istante. Questo ci permette di guidare il nostro zazen. Questo lasciarsi andare non vuol dire, come diceva Linji, come suggeriva Mumon, un sacco di pere o di patate no? Abbandonato così, lì, silenzioso. Quella non è la pratica dello zazen, per noi. La pratica dello zazen è la mente vigile. La mente presente, che sa richiamarsi quando il pensiero la allontana dallo zazen; che sa essere sveglia e presente quando sente il rumore della notte, come qui, a Sanboji, fuori da questo zendo. O il vento, o un clacson, o un rumore che viene dalla strada, dove voi siete in zazen.

[00:13:25.840]

Quella è la mente dello zazen. La zona dove spazi, ma non ti allontani; dove spazi, ma non sei rigidamente con la mente ferma. Come tutti i processori, quando stanno fermi per un po’ si spengono. Non è lo scopo e l’intenzione dello zazen spegnere la mente, ma realizzare l’insight profondo, l’illuminazione, la nostra natura di esseri umani. Essere vigili in zazen, solerti in zazen,

[00:14:21.860]

senza farsi catturare e senza addormentarsi, è la pratica, per noi, dello zazen.

[00:14:35.320]

Il respiro profondo. La stabilità nella nostra seduta. Nelle mani, il nostro mudra di grande energia. Nella nostra tradizione dello Zen, ci piace, siamo amanti del sorriso ieratico del Buddha e, seduti in zazen, siamo dei Buddha. Quei muscoli tesi da affaticamento di concentrazione, di serietà

[00:15:44.860]

non richiesta, non appartengono alla natura di Buddha. La rigidità delle spalle, che impedisce di aprire il cuore insieme alla nostra mente, non appartiene alla natura di Buddha.

[00:16:32.290]

Se la natura di Buddha è tutto, la natura di Buddha che l’essere umano deve esprimere, è la sua migliore natura. Quando è rosso, stiamo fermi, in attesa di ripartire, e intanto la nostra mente vaga ovunque. Quando è verde andiamo, spesso senza meta. Quando siamo in arancione, la nostra zona arancione è la nostra mente: attenta, vigile a quale sia la strada migliore, a quale sia il meglio da farsi.

[00:17:43.670]

Seduti in  zazen, nell’attenzione vigile, respirando profondamente, mantenendo la postura resiliente da un attimo all’altro, così come lo è la nostra mente, d’altronde. Tempo, spazio, tutto quello che è stato definito dalla nostra mente, dalla mente degli esseri umani, non ha più importanza. Quando stiamo veramente in questa pratica, soltanto il dover far altro, successivamente, ci farà uscire dallo zazen.

[00:19:01.760]

Soltanto il disagio che può venirsi a creare per chi non è abituato nel corpo, può farci uscire dallo zazen. Diversamente staremmo qui, come Shakyamuni Buddha, nella bellezza dello zazen, ad infinitum…

La zattera

[00:01:28.480]
Kyo wa mokuyo bidesu ne. Sanboji no sanjite arimasu. Come ho già detto molte volte: possiamo non comprendere una lingua, possiamo non comprendere che cosa sta accadendo, ma la nostra pratica rimane inalterata. Anzi, viene spinta verso una comprensione che non è linguistica, che non è lessicale, che non è intellettuale. Questa è la pratica dello zazen. Fino a ieri, le persone cercavano la felicità. Certamente, anche oggi, tutti. È parte della nostra natura cercare quella condizione di benessere.

[00:02:47.600]
Qualsiasi pianta lo fa, cercando il sole, prendendo gli alimenti dalla terra. Qualsiasi animale lo fa, cercando la condizione migliore per la sua vita. Soltanto l’uomo non sa dove cercarla. Pensa di fare dei corsi, ma per quanto gli insegnamenti siano corretti, l’approccio con la propria mente non cambia. Non ti permette di cambiare. Oggi il bene primario è la libertà. Il bene contingente che abbiamo sperimentato, ormai, quasi in un anno di pandemia. È la libertà. La libertà di scegliere, la libertà di essere quello che sentiamo di essere in quel momento, di fare ciò che sentiamo che sia giusto fare in quel momento.

[00:04:17.620]
Per trovare questa libertà, dobbiamo praticare la libertà. La libertà dell’Io, la libertà dall’ego, la libertà da tutti quei condizionamenti che non ci fanno sentire liberi. La libertà è qualcosa di profondo, qualcosa che non si impara. Qualcosa che nessuno può offrire con i corsi. Nessuno può dare insegnamenti sulla libertà. Dobbiamo trovarla profondamente dentro di noi. Non è una caravella, non è una nave sontuosa, non è uno yacht da un miliardo. È una zattera.

[00:05:22.090]
Perché viene presa ad esempio la zattera, come metafora? Quando nacque questa metafora, le navi solcavano già il mare, con più alberi e vele spiegate. Perché la zattera? Perché la zattera è l’essenziale: sono quattro legni messi insieme. Perché la zattera è la salvezza del naufrago, che non è mai dolce naufragare in questo mare. Lo sappiamo tutti quanto è amaro naufragare in questa vita. La zattera è costruita dall’uomo di mondo. Mette insieme un po’ di esperienza, mette insieme un po’ di conoscenza, mette insieme quel cinque per cento, che dicevo ieri sera, conosciuto della materia.

[00:06:35.550]
E ha urgenza di lasciare l’isola del proprio ego, del proprio io: il proprio ego che lo isola dal 95% di tutta l’altra esistenza. Costruisce una zattera, e non importa se poi ci saranno marosi o tempeste. L’urgenza dentro del naufrago è lasciare l’isola. Messa in acqua, saremo sbattuti a destra e a sinistra. Ci attaccheremo, alle volte, con le unghie e con i denti, con i nostri deboli pensieri di pratica, ma rimarremo sulla zattera, a praticare continuamente l’equilibrio della vita, come il naufrago sulla zattera pratica il suo equilibrio

[00:07:43.840]
in modo che la zattera non si rovesci. Nel praticare, nella lunga traversata, piano piano, il naufrago diventa la zattera. È la Zattera, tutt’uno con lui. La pratica con lui. E lo stesso impara a conoscere il mare, la vita. E piano piano anche la vita diventa uno con la zattera, uno con il naufrago. Non sono più tre, ma sono un’unica esistenza che si muove in questo universo di vita. Zazen. Inspiro ed espiro profondamente, come un naufrago inspira ed espira sulla propria zattera di pratica.

[00:08:56.360]
Non guardo lontano, per scrutare la terra. La mia intenzione, basilare, importante: per la partenza lasciare l’ego, o lasciare l’isola, è stata presa. Ormai sono in mare. Non scruto l’orizzonte, ma cerco di stare, sempre, dentro la pratica. Di stare sulla mia zattera. Nel mio mare. Non so dove la vita mi porterà, dove il mare mi porterà. Le correnti, i venti, mi porteranno. Non so quando arriverò all’altra riva. Non so che cosa accadrà.

[00:10:05.250]
Domani… tempeste, sole pieno, bonaccia. Sono totalmente libero da ieri e sono totalmente libero da domani; affronto le onde e i marosi di oggi. Questa è la libertà.