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Tra silenzio e parola

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Reverendo Carlo Tetsugen Serra

[02:56]

Uno dei tanti detti di Confucio: un uomo che sposta una montagna, la sposta pietra per pietra. Non importa per quanto tempo, ma continua sino alla fine. Questa dovrebbe essere la nostra pratica: non è possibile spostare una montagna salendoci sopra. Dobbiamo spostarla pietra per pietra. Per quanto sia grande, il monte Sumeru, la sede di Manjushri o la sede di Avalokitesvara, pietra per pietra, riusciremo a spostarla, e a portarla nel nostro essere, nella nostra mente, nel nostro cuore, e nella nostra coscienza.

[04:35]

La pratica si dice, anche, che sia come un’incessante goccia, che può attraversare anche il granito più duro. Spesso, i principianti si siedono in zazen, pensando di cavalcare la tigre, come si diceva in ambito taoista, adottato poi dallo Zen. Monju, bodhisattva della saggezza, è spesso raffigurato seduto su una tigre domata. I principianti, fermi, immobili nella loro pratica, pensano che basti sedersi con la schiena rigida e la mente immobile per cavalcare la tigre, ma la pratica è fatta di una continua costanza, un’ interminabile costanza. Spostare una pietra dopo l’altra, per spostare tutta la montagna.

[06:46]

Malaugurate persone pensano che sedersi in zazen sia tutto. E quando si accorgono di non aver spostato che aria nella loro pratica ,di aver occupato  soltanto lo spazio dove prima c’era l’ aria. E con tutto quello che hanno fatto, hanno riempito, con il loro corpo, uno spazio vuoto. Mentre la pratica dello zen è fatta di costanza, di perseveranza; un continuo essere dentro la pratica.

[08:12]

Alzarsi al mattino presto, con i primi rumori della città, o i primi rumori della campagna, quando siamo a Sanboji. Sedersi in zazen, iniziare un nuovo giorno, rientrare la sera, sedersi in zazen nuovamente prima di riposare, per includere, non concludere, per includere tutto il giorno nella nostra pratica. Una pietra alla volta, spostare la montagna. Le persone discutono ancora tra pensiero e parola, tra silenzio e rumore della mente. Quando si è seduti in zazen, non c’è nessuna discriminazione tra il silenzio e il rumore.

[10:10]

Alcune persone malaccorte ancora discutono sul sentiero graduale o sull’illuminazione improvvisa;  se ci sia una pulizia o se non ci sia nulla da pulire. Il vecchio, buon Huineng, con la sua poesia scritta sui calcinacci del muro: “Non c’è nessuna polvere che si deposita sulla nostra coscienza, quindi non c’è nulla da tener pulito”, in risposta al capo dei monaci che aveva scritto “Dobbiamo mantenere sempre pulito lo specchio”. Una sembra la contraddizione dell’altra, la contrapposizione ,ma chi ha messo in bocca a Huineng e al suo antagonista, queste parole, ha fatto un grande servizio a tutti i praticanti zen, che ancora sono legati a un palo discutendo su queste due poes,ie.

[12:42]

C’è la polvere nella nostra mente, come c’è nella nostra pratica quando non pratichiamo. C’è lo splendore del satori, dell’Illuminazione, nel sorriso del Buddha davanti al suo discepolo Kashapa, quando noi stiamo praticando.

[13:26]

La pratica è incessante. Non è una via da percorrere,  benché talvolta la si chiami la Grande Via. Non è un sentiero, benché talvolta lo si chiami Sentiero Graduale. Non è un’esplosione, anche se spesso la chiamiamo Illuminazione, come se fosse la luce di un fuoco d’artificio che splende nella buia notte della nostra mente. E’ qualcosa di tutto questo, ma è anche qualcosa molto più wabi sabi,  come si dice nello zen; di essenziale, di semplice, soprattutto di naturale.

[14:56]

Più che togliere la polvere che non c’è, o mettere della polvere nella nostra mente, tirare l’acqua al pozzo e preparare la legna per il fuoco: l’essenzialità della pratica.

[15:28]

Sedersi in zazen,  alzarsi in kinhin, risedersi in zazen. Una semplicità disarmante, tanto è chiara, come abbiamo imparato in questo seminario dello scorso sabato e domenica. Come Nagarjuna, come Vasubandhu, come tutti i grandi maestri ripetono: seduti in zazen, nulla si costruisce di più, nulla si sottrae, ma l’intero universo si manifesta. La realtà così com’é.

[16:53]

Studiando la pratica e gli insegnamenti dei grandi maestri, la mente si affina, il pensiero si fa più penetrante e va oltre i nostri condizionamenti. Sarà andare oltre le nostre volizioni, i nostri attaccamenti, e comprendere la natura delle cose. Il grande maestro Dogen, si dice che insegnasse tutti i giorni ai suoi discepoli. Il suo trattato “Il vero Occhio della Legge del Dharma”, lo Shobogenzo, è un insegnamento profondo, acuto che penetra, per chi lo comprende, nelle profondità della nostra mente.

[18:47]

Sedersi in Zen. La conferma è l’inverare tutto questo. Una pietra dopo l’altra, spostare la montagna, senza fermarsi mai sino alla fine. Questa dev’essere l’immagine che ogni praticante porta della sua pratica. Provate, almeno per una settimana. Sette sono i passi che fece il Buddha, si dice, appena nato nel mondo. Provate a svegliarvi al mattino, prima che tutta la città si svegli, a sedervi quietamente in zazen.

[20:27]

Terminare la giornata. Prima di dormire, come ultima pratica, sedersi in zazen. Non per aprire e chiudere la giornata. Ma per includere la giornata nella pratica. Un giorno dopo l’altro. Spostare un sasso dopo l’altro. Una pietra dopo l’altra. Per sette giorni. Ininterrottamente. E come si dice nello Zen. Sentirete. I frutti della pratica a maturare. Determinazione costanza. Pratica.

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