Buddhismo e natura: perché l’ambiente è una questione religiosa.

Il rapporto tra buddhismo e ambiente è cresciuto, fin dall’inizio, sulla consapevolezza che tra me, te, noi uomini e tutti gli esseri senzienti non c’è nessuna differenza.
Per questo motivo, i precetti etici buddhisti sono sempre rivolti non solo verso gli altri uomini, ma verso tutti gli esseri viventi che partecipano con noi nella rete delle esistenze.

Uno dei primi esempi di questo rapporto tra buddhismo e ambiente sono gli Editti di Asoka, il primo esempio di legislazione buddhista nella storia, composti nel II secolo A. C.

In questa raccolta di leggi, il primo sovrano indiano convertito alla via del Buddha estende la sua sovranità non solo ai sudditi, ma anche a tutti gli animali e all’ambiente del suo regno, impedendo a chiunque di fare violenza a qualsiasi essere vivente senza un valido motivo.

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Ventisei anni dopo la mia incoronazione vari animali furono dichiarati da proteggere  pappagalli, maina, aruna, oche rosse, anatre selvatiche, nandimukha, gelata, pipistrelli, formiche regine, tartarughe d’acqua dolce, pesci senza spine, vedareyaka, gangapuputaka, pesci, tartarughe, porcospini, scoiattoli, cervi, tori, okapinda, asini selvatici, piccioni selvatici, piccioni domestici e tutte le creature a quattro zampe che non sono né utili né commestibili. Quelle capre, pecore e scrofe che hanno dei piccoli o danno latte ai loro piccoli sono protette, e anche quelle con meno di sei mesi. I galli non devono essere trasformati in capponi, le stoppie che nascondono esseri viventi non devono essere bruciate e neanche le foreste devono essere bruciate senza ragione o per uccidere delle creature. Un animale non deve essere nutrito con un altro.

La sensibilità del buddhismo per l’ambiente crebbe nel corso dei secoli e facilitò l’incontro del buddhismo con le altre grandi culture asiatiche, come quella cinese e quella giapponese, aiutando lo sviluppo delle scuole mahayana, come lo zen, che si svilupparono tra Cina, Giappone e il resto dell’Estremo Oriente.


I maestri zen cinesi e giapponesi cercarono di risvegliare la sensibilità della natura interdipendente tra uomo e ambiente in tanti modi, non solo esponendo i loro insegnamenti in saggi e sermoni, ma anche producendo una grande varietà di opere d’arte che segnarono la sensibilità estetica delle culture che rimasero da essi influenzate.
Attraverso poesie, dipinti, calligrafie e opere di architettura, i maestri zen raffigurano e mostrano in modo semplice e diretto realizzazioni di realtà complesse, a volte impossibili da spiegare con un procedimento logico e razionale.

Nao mitashi 
 hana ni akeyuku
 kami no kao
 
 Ancora, vorrei vedere 
 tra i fiori dell’alba, vagare
 il volto del dio.
 
 (Basho) 

Negli insegnamenti del buddhismo mahayana la Natura di Buddha è la vera forma della natura che viviamo, il che significa che ogni fenomeno naturale è parte della Natura di Buddha,e può quindi esprimere importanti insegnamenti per chi sa ascoltarli.

Ciò ha portato molti maestri zen ad adottare il rapporto con la natura come una pratica importante, ritirandosi a vivere in eremi sulle montagne, e sviluppando la loro consapevolezza e la loro compassione vivendo a diretto contatto con gli animali e la natura selvaggia.
Così facendo, essi percepivano direttamente quanto la presenza di ogni essere è importante per la nostra sopravvivenza e quanto poco possiamo controllare il flusso che alterna vite e morti a cui le nostre condizioni sono legate.
Passeggiando per i boschi in solitudine, anche noi possiamo percepire quanto l’immersione nella miriade di colori, suoni e odori del mondo della natura può riportarci alle radici della nostra consapevolezza e trovare un rinnovato senso di libertà.

Nella tradizione Zen, il maestro Dogen, fondatore della scuola Soto giapponese, mostra una contemplazione profonda della relazione tra la natura e l’Illuminazione in parecchi passi delle sue opere e in parecchie poesie.

I colori delle montagne,
 gli echi della valle.
 Ogni cosa per come è,
 è la voce e il corpo
 del mio amato Shakyamuni. 

La cultura occidentale, formata su basi filosofiche molto diverse, ha fondato il suo pensiero su un rapporto eterogeneo tra gli uomini e la natura, nel quale, quasi sempre, gli uomini sono  padroni e la natura è lo strumento utile a soddisfare i loro desideri e raggiungere i loro obiettivi.
Scanso rare eccezioni, anche quando viene sentito un senso di responsabilità dell’uomo nei confronti della natura, il rapporto occidentale tra uomo e ambiente rimane un rapporto paternalistico, nel quale la conservazione dell’ambiente e la tutela degli altri animali è una proprietà da gestire o un possesso da amministrare.
E’ quasi possibile considerare la mentalità che ci ha portato a sfruttare le risorse naturali per le nostre esigenze e la mentalità che ci porta ad interessarci della preservazione del nostro ecosistema secondo la nostra coscienza come due facce di una stessa volontà di controllo, nella quale l’uomo si rapporta sempre con un oggetto, non con una realtà con cui instaurare un rapporto di dialogo e ascolto alla pari.

Il rapporto tra buddhismo e ambiente può essere quindi utile alla società occidentale per scoprire l’ecologia da un punto di vista diverso.
Secondo la mentalità buddhista, la natura non è più qualcosa da gestire secondo una qualche coscienza, ma quella parte di noi stessi che permette la nostra stessa esistenza e che ci determina nello stesso modo in cui noi la influenziamo. Meno ci saranno differenze tra noi e la natura, più la nostra pratica né gioverà.
Conoscere la natura significa conoscere noi stessi. Avere cura dell’ambiente significa avere cura di noi stessi.
Come insegna il maestro Tetsugen Serra in Urbanzen, mettere in pratica gli insegnamenti buddhisti per la tutela dell’ambiente non è solo una responsabilità sociale, ma diventa parte integrante della scoperta di noi stessi e dello sviluppo di una maggiore maturità personale, in un processo in cui crescita personale ed impegno sociale diventano una cosa sola.

Una volta un monaco chiese al maestro zen Jingcen “Come fai a mutare le montagne, i fiumi e la grande terra in te stesso?”

Buddhismo Mahayana: Sviluppo e caratteristiche.

Buddha-oro

Lao Tzu disse, “Anche un cammino di mille leghe comincia sempre con un primo passo”.

Tra venerdì 13 e sabato 14 Febbraio, si terrà il primo seminario del Corso di Studi triennale di Buddhismo Zen.
Quest’appuntamento rappresenta una vera e propria inaugurazione del percorso di pratica e di insegnamento che Dharma Academy offre al pubblico di tutti i praticanti, gli studiosi o semplicemente tutti gli interessati ad apprendere e mettersi sul sentiero del Dharma.
L’incontro vedrà come relatrice la prof.ssa Emanuela Magno, docente di Storia della Filosofia Buddhista dell’Università di Padova, nota per i molti lavori e per le diverse conferenze sulla storia della filosofia e del buddhismo indiano.

Un primo seminario sul buddhismo non può che avere come argomento gli insegnamenti fondamentali di questa religione.
Il programma di queste due intense giornate di studio prevederà infatti delle lezioni sulle Quattro Nobili Verità, sulla dottrina del Non-Io, sull’Originazione Codipendente, e sulle pratiche di meditazione di Shamata e Vipassana, concetti indispensabili per comprendere adeguatamente il complesso insieme di contenuti della dottrina e della filosofia buddhiste.

buddhismo mahāyāna Disegno giapponese

Tra i primi insegnamenti del buddhismo, le Quattro Nobili Verità rappresentano i veri e propri presupposti che illustrano le caratteristiche, gli scopi e gli strumenti base della Via del Buddha. 

  • Esiste una sofferenza alla base di tutti i grandi traumi della vita, tra cui il rapporto con la malattia, la vecchiaia e la morte, che è legata direttamente alla natura della realtà e legata all’impermanenza di ogni fenomeno del mondo, compresa la propria stessa vita e il proprio benessere.
  • Questa sofferenza vede un’origine nella brama di una soddisfazione che possa lenire questo tipo di sofferenza che spinge a cercare delle sicurezze e un piacere costante in un mondo in costante cambiamento. Questo tipo di brama è la causa della nostra identificazione con un ego.
  • Questa sofferenza vede una sua soluzione in una condizione di abbandono della brama che ne provoca l’estinzione, una condizione che coincide con il Risveglio a cui il Buddha è giunto. 
  • Per raggiungere l’estinzione della sofferenza, esiste un Nobile Sentiero che, comprendendo pratiche di meditazione e precetti morali atti a sviluppare virtù positive, aiuta il praticante a modificare il suo comportamento e ad affinare la propria consapevolezza della realtà, in modo tale da aiutarlo a raggiungere il Risveglio.

    A differenza delle altre grandi religioni del mondo, il buddhismo non si radica su un mito, su una rivelazione divina o sulla visione del mondo di una tradizione. Esso si fonda invece sull’esperienza di un uomo che ha vissuto con particolare intensità le sofferenze della vita e che, dedicandosi intensamente ad un percorso aspro e severo di pratiche ascetiche, riesce ad identificarla e a trovarvi un rimedio concreto.
    Concentrarsi su altre domande non riguardanti l’estinzione della sofferenza esistenziale e il modo di raggiungere il Risveglio, viene considerato dal Buddha irrilevante, perché senza la chiarezza derivante da una mente purificata, non sarebbe possibile arrivare a risposte soddisfacenti.
    Per questo motivo, uno dei temi del seminario sarà proprio il rifiuto da parte del Buddha di rispondere a chiunque gli ponesse domande sulla natura del mondo, sulla sua origine o sull’esistenza o meno di un creatore o di un ordine sovrannaturale.
    Le tradizioni successive, da quelle legate all’Abhidharma di tradizione theravada alle molte scuole di pensiero mahayana, porteranno comunque il buddhismo a generare diverse teorie in risposta a questo tipo di riflessioni.
mahāyāna Meditazione

Attraverso la teoria del Non-Io, il Buddha, dissentendo dalle convinzioni del suo tempo che diffondevano l’idea di un uomo composto di un corpo fisico e di un’anima immortale, l’Atman, affermava invece che l’uomo non è nulla più di un composto di cinque aggregati di cui possiamo fare esperienza nella nostra vita: corpo, sensazioni, emozioni, percezioni, coscienza. Ognuno di questi aggregati cambia nel tempo, e di questi, quattro svaniscono nel momento della morte e solo uno di essi, la coscienza, si trasmette in una vita successiva, riunendosi con altri aggregati. L’idea di un Io permanente sul quale fondare la propria idea di sé stessi, quindi, non ha nessun senso di esistere, se non come risposta palliativa alla paura di una vita di impermanenza. Anzi, essa è una delle illusioni che ci impedisce di vivere una vita autentica e felice.

Per spiegare meglio la natura della creazione della coscienza alla base dell’ego, nel discorso a proposito dell’Originazione Codipendente, il Buddha spiega persino il processo dettagliato nel quale nasce la coscienza: una catena di cause ed effetti che passa dall’ ignoranza della realtà autentica alla formazione degli strumenti che abbiamo per percepire la realtà, arrivando quindi al desiderio, causa di brama e, quindi alla percezione della vita per come la conosciamo. Questo processo implica, a sua volta, che vincere l’ignoranza da cui deriva l’ego, ripercorrendo questa catena di cause ed effetti, porta di conseguenza all’estinzione della sofferenza esistenziale.

buddhismo mahāyāna Buddha

Uno degli ultimi argomenti che sono oggetto di questo seminario sono le pratiche di meditazione più conosciute del buddhismo, che aiutano lo sviluppo della consapevolezza necessaria per liberarsi dai pensieri illusori: shamata e vipassana, cioé la meditazione di concentrazione su un oggetto definito e quella di consapevolezza sul respiro, sul corpo e sul nostro essere nel complesso in quel momento.
Gradualmente, le virtù delle meditazioni rendono più solido il percorso per il Risveglio, accompagnando il percorso di studio e di approccio alla morale buddhista a esperienze concrete, che fanno della Via del Buddha un’esperienza da conseguire e ci dimostrano il Risveglio come un’esperienza reale, il senso dell’esperienza di un uomo e di una tradizione ormai plurimillenaria.

Con il percorso del seminario della prof.ssa Magno sui fondamenti del buddhismo, possiamo affrontare lo studio del buddhismo Mahayana e dello Zen con una consapevolezza maggiore del percorso storico, filosofico e spirituale grazie al quale il buddhismo si è trasmesso a noi, di generazione in generazioni di maestri, secondo lo scorrere e l’accumularsi delle loro esperienze e dei loro pensieri.

La via dello zen e come accordarsi con la sofferenza

Sabrina Koren Montemurro 

Mi voglio soffermare prima di tutto sulla parola Zen “Lo Zen nato in Cina con il nome di Ch’an si diffonde in tutti i paesi estremo-orientali ridando vita agli insegnamenti originali del Buddha e riportando la meditazione zazen al centro della pratica.

E’ giusto alle soglie del ventunesimo secolo, cercare un punto di contatto tra lo  Zen Shiatsu, counseling e buddhismo per affrontare la malattia e la sofferenza? E se mai fosse giusto ..non sarebbe come mischiare olio con vino? Cosa centra una religione con questo? Queste sono domande più che lecite, a cui vorrei cercare di rispondermi . Potremmo dire che nella nostra società la funzione di curare il nostro corpo allevia anche la nostra sofferenza interiore; ossia rappresenta un corpus di discipline e metodi adatti a curare o alleviare nelle persone vari disagi anche interiori . Spostiamoci un po’ più in là, in Oriente: qui, questo ruolo è svolto principalmente dal Buddhismo. In ogni paese orientale, il Buddhismo è venuto ad assumere forme proprie alla cultura in cui è stato assimilato, in ogni nazione in cui è presente rappresenta la via per curare l’anima. Negli insegnamenti del Buddha si parla dunque di sofferenza che sta ad indicare, oltre alla sofferenza comunemente intesa, tutto ciò che è disagio. La struttura delle Quattro Nobili Verità ricalca un antico metodo di catalogazione della medicina indiana così costituito: primo definiamo la malattia, secondo delineamone la causa, terzo evidenziamone il livello di salute a cui si può giungere e per ultimo individuiamo i mezzi necessari per arrivare allo scopo prefissato. Questa antica mappatura è utile per comprendere che partendo dall’uomo, possiamo sì sperimentare la sofferenza ma abbiamo anche la capacità di poter cambiare le cose e giungere alla serenità. 

Lo Zen Shiatsu (dal giapponese Shi = dito e atsu = pressione) è una tecnica di mediazione corporea che origina dalla tradizione medico – filosofica cinese e che si è successivamente sviluppata in Giappone.  Si basa sulla pressione perpendicolare, mantenuta e costante del pollice, delle dita, del palmo, del pugno e del gomito, esercitata lungo il tragitto dei meridiani energetici o su aree specifiche del corpo. Lo Shiatsu considera l’essere umano come un sistema multifunzionale, composto da elementi energetici, psichici e fisici in condizione di costante interdipendenza, dove l’assenza di salute, e quindi di benessere, è l’espressione concreta e percepibile della perdita di equilibrio energetico o “disarmonia”. Lo shiatsu non è sostitutivo di eventuali terapie mediche, paramediche, psicologiche e psichiatriche, ma è un metodo finalizzato al ripristino dell’equilibrio energetico dell’utente. Lo Zen Shiatsu nasce dallo stile di Shizuto Masunaga (1925-1981) e coniuga concetti e pratica Zen con lo Shiatsu, sino a farne l’asse portante dell’insegnamento. Lo stile Masunaga si basa sulla medicina tradizionale giapponese e sui meridiani energetici rivisitati e attualizzati secondo le moderne conoscenze energetiche, fisiche e psicologiche. Sulla base dei suoi studi approfonditi nell’ambito della cultura e della medicina tradizionale cinese e giapponese, S. Masunaga unisce la visione psicologica moderna e quella profonda della filosofia Zen, creando un’attività per gli occidentali pari a nessun altro stile Shiatsu e portando lo Zen Shiatsu su un piano globale di considerazione del trattamento per la persona nella sua totalità di “mentecorpospirito”. Lo Zen Shiatsu si fonda su Quattro Pilastri e Quattro Spiriti e a livello tecnico si caratterizza: – per l’uso di due mani contemporaneamente, chiamate mano madre e mano figlia; – per la pressione che è portata solo dal peso modulato del corpo del praticante; – per l’uso dell’Hara, il centro vitale dell’uomo nell’addome, dove nasce la pressione corretta per lo Zen Shiatsu; – per l’impiego dei Kata, cioè di sequenze energetiche particolari; – per l’estensione in tutti gli arti dei tradizionali meridiani. Il Counseling Definizione di counseling Il counseling professionale è un’attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione. Il counseling offre uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento.  E’ un intervento che utilizza varie metodologie mutuate da diversi orientamenti teorici. Si rivolge al singolo, alle famiglie, a gruppi e istituzioni. Il counseling può essere erogato in vari ambiti, quali privato, sociale, scolastico, sanitario, aziendale

Qualsiasi momento è adesso.

Quando ho deciso di affrontare l’incontro tra lo Zen Shiatsu e il counseling ho intuito che mi sarei addentrata nell’aspetto profondo dell’uomo considerando soprattutto le emozioni e l’espansione di queste nella pratica di chi riceve e di chi pratica. Questo implica pensare anche a ciò che può emergere da questo,un cambiamento interiore che può essere accompagnato da una crisi o da un benessere interiore che può essere ascoltato e mantenuto nel tempo. Mi sono proposta di portare quello che fin ora la mia esperienza personale può dare senza aggiungere nulla e adottare a pieno quello gli strumenti che ho in mano, i pollici (corpo) la mente (counseling) e lo spirito che comprende tutto Il motivo della scelta del titolo è quello di far sì che i principi dell’una possano accordarsi con quelli dell’altra per dare a me stessa e agli altri un nuovo strumento di consapevolezza . Ho pensato ad un viaggio lungo, da percorrere insieme sull’onda di come il ricevente sente questa esperienza e semplicemente di attendere la risposta o la domanda. Questo può essere utile per porre attenzione a ogni nostro gesto come se noi fossimo il prolungamento di un un’unico corpo,possiamo pensare di ampliare con lo Zen Shiatsu l’attenzione, la compassione per tutte le persone ed espanderla anche all’ambiente in cui viviamo, sentire se stessi significa anche avere una percezione di tutto. Praticando la via dello Zen, mi pongo al servizio degli altri e di conseguenza ho scelto anche lo Zen shiatsu e il counseling centrato sulla persona come pratiche di ascolto e di consapevolezza nel quotidiano.

Lo sviluppo di un linguaggio di : -attenzione per il corpo – attenzione per la mente – attenzione per lo spirito che è un invito all’ascolto e a costruire nel cuore un’abitazione di gioia e si ottiene con la meditazione. E’ un lavoro attento e a volte i risultati sono entusiasmanti, superiori alle nostre aspettative e a volte inferiori, quindi si aspetta semplicemente che le piantine inizino a spuntare, questo lavoro spetta a loro, a noi spetta dare l’acqua per farle bere, e dare la giusta quantità, non troppo e non troppo poco. Come la pianta ama la luce, l’uomo desidera essere felice, la ricerca per me è questa, ognuno di noi può essere felice, l’uomo addirittura può immaginare la sua felicità . 

Lo Zen è l’uomo in toto come unità fisica ed emozionale, quindi il suo corpo, le sue emozioni, i suoi pensieri, il suo stile di vita. In quest’ottica la mia attenzione non è portata verso un sintomo o una patologia, ma nel considerare la persona nel suo insieme con un atteggiamento d’ascolto dell’altro e anche una attenzione all’interno di me, cercando di sentire quest’unione in prima persona, questa visione è sentita e non solo accettata o studiata intellettualmente, è una strada che sto percorre da diverso tempo.

Questo tipo di attenzione richiede soprattutto l’aspetto esperienziale, aprirsi di fronte all’esperienza dell’umano, alcuni partono da un bisogno e ciò richiede ancora di più non solo di sentire il sapore della diretta, come in diretta tv , di fronte ad una telecamera sono di fronte a me stesso e faccio l’esperienza diretta di ciò che è il mio stare in quel momento. La pratica di counseling che ho scelto è quella centrata sulla persona; importante per me è citare Carl Rogers perché parla di persone non di pazienti e il counselor non deve guidare il primo verso determinate mete, ma semplicemente fungere da cassa di risonanza del suo disagio e del suo bisogno di esplicitare i suoi disturbi (funzione che, era un tempo affidata a figure sociali come i sacerdoti, il medico di famiglia, ecc..) La visione di Carl Rogers è affine alla mia perché è radicata e fiduciosa la convinzione che, nell’individuo c’è una innata facoltà di autoguarigione, e che ogni persona sia in in 5 grado di attingere a questo, risolvendo i propri problemi. La funzione del terapeuta è solo quella di aiutare il felice svolgimento di un tale processo

Dalla mia esperienza alla pratica Mi ricordo che spesso venivo attraversata da dolore fisico, dolore emozionale, dolore dei pensieri che non riescono a fermarsi e che sono o nel passato o nel futuro; col tempo ho iniziato a coltivare una accogliente e una non giudicante compassione, sono passata dall’accettazione alla compassione e ancora adesso ci sto lavorando, io sono la “cavia” dei miei pesieri, quindi inizio da me e così facendo riesco ad aprirmi agli altri. Le parole che porto con me sono : accoglienza, non giudizio sono ciò che un counselor stesso porta al cliente ma soprattutto è da sottolineare come il counselor faccia arrivare il cliente a questo. Voglio in particolare descrivere ciò che è l’accettazione e ciò che è la compassione Accettazione : per spiegare userò un esempio : io accetto di avere un carattere insopportabile ma non sono compiaciuta o dispiaciuta, lo accetto come dato di fatto Compassione .

 La compassione comprende l’accettazione come per l’esempio sopra ma comprende un sentimento amorevole per la condizione in cui mi trovo. La compassione vista come accettazione non è passività ma implica comunque l’azione al cambiamento. Da qui ho posto le basi della pratica che coinvolge tutta la mia vita: il processo di passaggio Ascolto -àaccettazioneà empatia

Nello Zen Shiatsu il Maestro Tetsugen ha affrontato il tema delle 4 A: quattro parole chiave oltre ai Principi dei Quattro Spiriti, e sono: 1. accoglienza 2. accettazione 3. armonia 4. amore In accordo con questo dobbiamo lavorare sul piano Fisico, Emozionale, Mentale e Spirituale.

Accoglienza. Che cosa vi viene in mente con la parola accoglienza? L’accoglienza nello stile Zen è offrire un buon te, è importante la qualità , non è importante fare la cerimonia del te ma sicuramente è un momento di accoglienza e benvenuto ed è un mezzo per non assopirsi e mantenere viva l’attenzione e la concentrazione, viene usato infatti per questo anche durante le lunghe pratiche di meditazione. L’accoglienza è la base del counseling ed è fondamentale nello Zen Shiatsu . L’accoglienza c’è ancor prima che il ricevente sia disteso e noi propensi all’ascolto, tutto questo che abbiamo fatto infatti non va vissuto per fasi ma per esperienza che si manifesta nell’atto, nel momento stesso, quindi il ricevente lo vediamo prima che si distenda ed è da qui che parte l’accoglienza, è il linguaggio non verbale, ciò che vediamo , che sentiamo: “il livello di comunicazione si gioca con il linguaggio non verbale, gli atteggiamenti corporei, la mimica facciale, l’uso degli occhi, lo sguardo, la stretta di mano, il contatto corporeo, la gestualità, il tono di voce, la sua inflessione, il ritmo e la cadenza, la posizione, la vicinanza, la lontananza. Senza dire neppure una parola, si può capire chiaramente il livello di comunicazione che si stabilisce e in che misura l’altro lo accetta. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “empatia”; ma non è empatia, è attaccamento. Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative. È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra empatia e attaccamento e fra rabbia e odio. Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nel nostro impegno E’ importante sulla strada dello Zen Shiatsu guardare questi aspetti: -attaccamento -proiezioni -aspettative

Il Buddha ha parlato MOLTO della sofferenza. Il suo insegnamento più famoso, le 4 Nobili Verità, si apre con “nella vita c’è sofferenza”. Non posso certo discuterne. La buona notizia è che ha continuato a insegnare la fonte della sofferenza e il modo per porvi fine. In questo contesto, il termine sofferenza può anche essere interpretato come stress o disagio generale. Il mondo moderno è pieno di fonti di stress e sofferenza e molte persone hanno difficoltà a sapere cosa fare per alleviarlo. Purtroppo spesso diamo per scontato che il problema siamo noi, quando in realtà la sofferenza è universale e non è personale. Molti buddisti non considerano il buddismo una religione, ma piuttosto un insieme di pratiche e principi per alleviare la sofferenza e avanzare verso la liberazione. 

Nella tradizione buddista, il primo e primordiale guaritore era il Buddha stesso. Nel suo primo sermone a Sarnath, Gautama Buddha spiegò le Quattro Nobili Verità: c’è sofferenza ( dukkha ), la causa della sofferenza è l’attaccamento e l’ignoranza ( dukkha samudaya ), è possibile superare la sofferenza ( dukkha nirodha ) e il modo di agire così è la pratica dell’Ottuplice Nobile Sentiero ( dukkha nirodha marga ).

E cosa ho insegnato? Questo è lo stress. Questa è l’origine dello stress. Questa è la cessazione dello stress. Questo è il percorso della pratica che porta alla cessazione dello stress

Sia prima che ora, è solo lo stress che descrivo e la cessazione dello stress.” 

Le Quattro Nobili Verità del Buddha sono un percorso verso la guarigione, poiché in esse risiede il riconoscimento della malattia, la sua prognosi e il rimedio. .

Buddha ha spesso definito la medicina l’analogia più adatta per le Nobili Verità:

Conoscere la malattia, abbandonare la causa della malattia, aspirare alla cura e affidarsi alle cure mediche.

Tutti i problemi sono visti come funzioni della condizione umana e possono essere affrontati attraverso metodi e pratiche tradizionali. 

L’addestramento alla meditazione è una componente chiave della consulenza buddista. Lavoreremo insieme per trovare la pratica di meditazione che più ti avvantaggia. Come persona che medita regolarmente dal 2010, ho sperimentato molti alti e bassi. Ci concentreremo anche sui modi per portare la consapevolezza che sviluppi nella meditazione nel resto della tua giornata.

Allo stesso modo si dovrebbe:

Conosci la sofferenza, abbandona la causa, ottieni la cessazione e segui il sentiero.

In effetti Buddha era considerato un grande medico e psicoterapeuta grazie alla sua compassione e saggezza nel diagnosticare e trattare la causa principale di tutti i malesseri mentali e fisici. I suoi insegnamenti possono essere considerati un corso di terapia e le tecniche di meditazione buddista sono state ampiamente utilizzate in psicoterapia moderna per diverse malattie mentali e altre malattie croniche. Davvero una questione di supremo interesse che la nobile professione della medicina e il corpus di pensiero noto come buddismo siano entrambi interessati a modo loro nel alleviare, controllare e, in ultima analisi, rimuovere le sofferenze umane

L’operatore sanitario ha molto da imparare dagli insegnamenti del Buddha e dalla pratica dei precetti buddisti, che lo aiuterebbero non solo a svolgere il loro ruolo di medico ma anche a vivere una vita sana.

L’operatore sanitario nel buddismo

I medici, gli infermieri e altre persone coinvolte nella cura dei malati sono tenuti in grande considerazione nelle culture buddiste. Il medico è indicato come bhisakka, vejja o tikicchaka . Il Buddha vedeva il ruolo del medico come fondamentale. Il Buddha ha detto:

Per oltre 2000 anni, il buddismo ha avuto uno stretto coinvolgimento nel trattamento dei malati ed è stato determinante nell’istituzionalizzazione della medicina in Oriente. Il Canone Pali è pieno di informazioni su malattia e salute, guarigione, medicina, assistenza medica ed etica medica. La pratica della medicina era inclusa come disciplina scolastica nei monasteri. I monasteri spesso fungevano da ospizi e infermerie.

I tre gioielli: il medico come guida.

Nel Buddismo, un individuo si rifugia nei Tre Gioielli: il Buddha (la guida spirituale), il Dharma (la pratica) e il Sangha (la comunità). Il ruolo del medico e della guida spirituale sono considerati molto simili. Colui che guida gli individui a superare gli stati mentali negativi e sviluppare un potenziale positivo è considerato un Maestro spirituale, e si fa riferimento a colui che si prende cura dell’individuo fornendo loro cure mediche per superare i loro disturbi fisici e mentali e rimanere in salute. come medico o medico. Lo scopo di entrambi è liberare gli individui dalla loro sofferenza.

L’analogia data è quella di un paziente che fa affidamento sul giusto trattamento. Si dice:

Prendi rifugio nei Tre Gioielli, vedi Buddha come il medico più qualificato, vedi il Dharma come una medicina impeccabile e il Sangha come assistente medico.

Il Sangha nella comunità medica includerebbe altre persone coinvolte nella cura del paziente, inclusi altri specialisti, consulenti dietetici ed educatori di pazienti, psicologi, farmacisti, familiari e amici, aziende farmaceutiche, gruppi di ricerca e società civile, istituzioni e governo.

Il Buddha considerava una buona pratica risolvere i conflitti o le differenze di idee attraverso la discussione all’interno del Sangha. Ad oggi, le comunità monastiche buddiste conducono i loro affari e risolvono i disaccordi a maggioranza. Allo stesso modo, la comunità medica ha cercato di riunire idee e condividere esperienze con riunioni di consenso tra esperti e formulazione di linee guida pratiche.

Il buddha della medicina / Bhaisajyaguru

Il Buddha della Medicina, Bhaisajyaguru, Yakushi Nyora , io o il Buddha della Guarigione è descritto nei testi buddisti Mahayana e di solito rappresentato seduto con la mano destra sollevata in vadra mudra (il gesto della mano e del dito che simboleggia il dono e la compassione) e la mano sinistra riposata in grembo, con in mano un barattolo di medicina. Nelle illustrazioni, è mostrato circondato da varie piante curative e innumerevoli saggi, raffigurato come il Paradiso del Buddha della Medicina che rappresenta un universo idealizzato in cui esistono rimedi per ogni disturbo, qualcosa che la moderna ricerca medica si sforza sempre di raggiungere.

Il Buddha della Medicina è descritto come un guaritore che cura la sofferenza e la malattia, sia fisica che mentale

Assistenza centrata sul paziente 

All’interno della visione del mondo buddista, la salute e la malattia coinvolgono lo stato generale di un essere umano e sono intrecciate con molti fattori non medici, come l’economia, l’istruzione, l’ambiente sociale e culturale, l’etica o la moralità. Tutti questi fattori condizionali devono essere presi seriamente in considerazione nella comprensione della salute e della malattia. La salute, quindi, va intesa nella sua interezza. È l’espressione dell’armonia dentro di sé, nelle proprie relazioni sociali e in relazione all’ambiente naturale. Preoccuparsi della salute di una persona significa preoccuparsi dell’intera persona: del suo fisico, mentale e dimensioni morali; relazioni sociali, familiari e di lavoro; così come l’ambiente in cui vive la persona. Pertanto, il lavoro di un medico è di natura completamente sana.

Un Bodhisattva è qualcuno che è guidato da una grande compassione ed è determinato a raggiungere l’illuminazione per il bene di tutti gli esseri senzienti. Il punto centrale dell’insegnamento non è il Buddha o qualsiasi essere divino o entità filosofica, ma esseri senzienti. Allo stesso modo, per un medico, il punto centrale di attenzione e cura è il paziente. Tutto deve essere formulato intorno al paziente: la maggior parte delle linee guida sottolinea la necessità di passare da un “approccio paternalistico” nella medicina moderna a questo “approccio orientato al paziente”. Il Buddha insegnò che bisogna seguire il Sentiero di Mezzo evitando estremi di indulgenza e abnegazione. Anche il rapporto medico-paziente si basa sulla ricerca di una via di mezzo tra la conoscenza del medico e le percezioni e le esperienze del paziente. Il medico non deve solo possedere conoscenze teoriche, ma dovrebbe essere in grado di raccogliere abilmente informazioni sulla salute del paziente, dovrebbe essere in grado di analizzare tali informazioni e condividerle con il paziente e impegnarsi in un processo decisionale informato per determinare il corso della terapia.

L’altruismo o la preoccupazione disinteressata per il benessere degli altri è della massima importanza nell’assistenza sanitaria ed è un’opportunità per sperimentare la nostra interconnessione con altri esseri e diventare consapevoli della nostra mortalità. Il diligente professionista sanitario, che lavora disinteressatamente per la salute delle persone che cercano la sua guida, può anche accumulare un buon karma. L’avidità, l’odio e l’illusione sono stati descritti come i “Tre Amari Veleni” da Buddha e il medico dovrebbe evitarli. I principi buddhisti di base possono portare un medico da uno stato confuso, ignorante e illuso a uno stato di grande compassione, saggezza e amore.

Possiamo imparare molto dalle storie Zen 

STORIA ZEN 

Ah sì?

Il maestro Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin. I genitori furibondi andarono dal maestro, lo insultarono e gli imposero di mantenere la ragazza e il bambino. “Ah sì?” disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai si era perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino e della giovane con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Si mise inoltre a intrecciare un maggior numero di stuoie per poter mantenere i due nuovi venuti. Dopo un anno la giovane − annoiata di vivere con Hakuin − non resistette più, si pentì e disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce. La madre e il padre della ragazza, cosi come anche i vicini, andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino e la giovane. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: “Ah sì?”.

Il Buddha ha parlato molto della sofferenza e l’ha sperimentata

Vanity fair su Dharma Academy: qui si studia il Buddhismo zen

Vanity Fair su Dharma Academy

“Sarà stato il difficile anno appena passato, sarà stato che ci siamo fermati, che ci siamo tutti posti domande importanti, ma è come se le persone avessero sentito, ora più che mai, una maggior connessione con se stessi e con il mondo che ci ospita. Non sembra dunque essere un caso che nasca proprio oggi il primo corso di studi triennale dedicato al buddhismo zen, unico in Europa, messo a punto dalla Dharma Academy.

Con docenti italiani e stranieri di alta specializzazione, il corso è stato pensatoper studenti, praticanti, monaci, maestri zen e per tutte le persone che vogliano avvicinarsi a una pratica millenaria. Sono previsti seminari, ritiri in monasteri, incontri on line con i più grandi docenti del mondo.

Si parte da un presupposto: «Non considerare mai definitivo il tuo punto di vista». E per farlo, si inizierà da un approfondito excursus storico sul Buddhismo, dalla Cina al Giappone, con tutte le sfumature che poi si sono andate diffondendo.

È Carlo Zendo Tetsugen Serra, maestro nell’Enso-Ji Il Cerchio, il primo Monastero Zen di Milano, a raccontarci di questo percorso formativo.”

Inizia così l’artico di Vanity Fair dedicato alla Dharma Academy.
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