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La zattera

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Reverendo Carlo Tetsugen Serra

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Kyo wa mokuyo bidesu ne. Sanboji no sanjite arimasu. Come ho già detto molte volte: possiamo non comprendere una lingua, possiamo non comprendere che cosa sta accadendo, ma la nostra pratica rimane inalterata. Anzi, viene spinta verso una comprensione che non è linguistica, che non è lessicale, che non è intellettuale. Questa è la pratica dello zazen. Fino a ieri, le persone cercavano la felicità. Certamente, anche oggi, tutti. È parte della nostra natura cercare quella condizione di benessere.

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Qualsiasi pianta lo fa, cercando il sole, prendendo gli alimenti dalla terra. Qualsiasi animale lo fa, cercando la condizione migliore per la sua vita. Soltanto l’uomo non sa dove cercarla. Pensa di fare dei corsi, ma per quanto gli insegnamenti siano corretti, l’approccio con la propria mente non cambia. Non ti permette di cambiare. Oggi il bene primario è la libertà. Il bene contingente che abbiamo sperimentato, ormai, quasi in un anno di pandemia. È la libertà. La libertà di scegliere, la libertà di essere quello che sentiamo di essere in quel momento, di fare ciò che sentiamo che sia giusto fare in quel momento.

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Per trovare questa libertà, dobbiamo praticare la libertà. La libertà dell’Io, la libertà dall’ego, la libertà da tutti quei condizionamenti che non ci fanno sentire liberi. La libertà è qualcosa di profondo, qualcosa che non si impara. Qualcosa che nessuno può offrire con i corsi. Nessuno può dare insegnamenti sulla libertà. Dobbiamo trovarla profondamente dentro di noi. Non è una caravella, non è una nave sontuosa, non è uno yacht da un miliardo. È una zattera.

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Perché viene presa ad esempio la zattera, come metafora? Quando nacque questa metafora, le navi solcavano già il mare, con più alberi e vele spiegate. Perché la zattera? Perché la zattera è l’essenziale: sono quattro legni messi insieme. Perché la zattera è la salvezza del naufrago, che non è mai dolce naufragare in questo mare. Lo sappiamo tutti quanto è amaro naufragare in questa vita. La zattera è costruita dall’uomo di mondo. Mette insieme un po’ di esperienza, mette insieme un po’ di conoscenza, mette insieme quel cinque per cento, che dicevo ieri sera, conosciuto della materia.

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E ha urgenza di lasciare l’isola del proprio ego, del proprio io: il proprio ego che lo isola dal 95% di tutta l’altra esistenza. Costruisce una zattera, e non importa se poi ci saranno marosi o tempeste. L’urgenza dentro del naufrago è lasciare l’isola. Messa in acqua, saremo sbattuti a destra e a sinistra. Ci attaccheremo, alle volte, con le unghie e con i denti, con i nostri deboli pensieri di pratica, ma rimarremo sulla zattera, a praticare continuamente l’equilibrio della vita, come il naufrago sulla zattera pratica il suo equilibrio

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in modo che la zattera non si rovesci. Nel praticare, nella lunga traversata, piano piano, il naufrago diventa la zattera. È la Zattera, tutt’uno con lui. La pratica con lui. E lo stesso impara a conoscere il mare, la vita. E piano piano anche la vita diventa uno con la zattera, uno con il naufrago. Non sono più tre, ma sono un’unica esistenza che si muove in questo universo di vita. Zazen. Inspiro ed espiro profondamente, come un naufrago inspira ed espira sulla propria zattera di pratica.

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Non guardo lontano, per scrutare la terra. La mia intenzione, basilare, importante: per la partenza lasciare l’ego, o lasciare l’isola, è stata presa. Ormai sono in mare. Non scruto l’orizzonte, ma cerco di stare, sempre, dentro la pratica. Di stare sulla mia zattera. Nel mio mare. Non so dove la vita mi porterà, dove il mare mi porterà. Le correnti, i venti, mi porteranno. Non so quando arriverò all’altra riva. Non so che cosa accadrà.

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Domani… tempeste, sole pieno, bonaccia. Sono totalmente libero da ieri e sono totalmente libero da domani; affronto le onde e i marosi di oggi. Questa è la libertà.

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