Perché è importante conoscere la storia del Buddhismo indiano?

Ogni grande avventura comincia sempre con un primo passo, anche quella del Buddhismo indiano.

Il primo seminario del Corso Triennale di Buddhismo Zen inizia il suo percorso dai primi insegnamenti del Buddha allo sviluppo delle tradizioni più antiche.  

In un secondo momento, verranno presentati i principali maestri del buddhismo Mahayana e il loro pensiero. Le basi fondamentali per la nascita dello Zen.

La professoressa Emanuela Magno, esperta della storia e della filosofia del buddhismo indiano, ci condurrà in questo viaggio, passo dopo passo.

Il Buddha e il suo insegnamento

Buddhismo indiano Buddha painted image

Quando si parla di buddhismo, che cosa si intende esattamente?

Dentro un solo nome, noi occidentali riuniamo tanti modi diversi di intendere la spiritualità.

Una tradizione di duemila anni di storia, che si estende dall’India a tutto l’Estremo Oriente.

Il centro di questa tradizione è l’esperienza di un uomo: Siddartha Gautama. 

Noi lo conosciamo anche come Shakyamuni, il saggio della famiglia Shakya.

Più comunemente, il Buddha, cioè il Risvegliato.

Nella prima lezione del seminario viene narrata la vita del Buddha; come egli riuscì ad ottenere il Risveglio alla verità di sé stesso e del mondo, e la liberazione dalla sofferenza umana.

Nato in una famiglia nobile, il giovane Siddartha incontra il mondo e scopre le sofferenze della vita: malattia, vecchiaia e morte. Rinuncia così alla sua vita di piaceri per intraprendere una vita di rigida pratica religiosa, che lo porta, infine, alla soluzione della sofferenza della sua vita e di quella di tutti gli uomini.

Da questa grande esperienza, il Buddha maturò il senso del suo percorso nelle Quattro Nobili Verità. 

Le Quattro Nobili Verità comprendono: la sofferenza fondamentale dell’esistenza, l’origine della sofferenza fondamentale, la possibilità dell’estinzione dalla sofferenza, cioè il Nirvana. 

E il metodo con il quale è possibile arrivare all’estinzione della sofferenza: l’Ottuplice Sentiero.

Il non-sé e l’originazione dipendente: i tratti distintivi del pensiero buddhista indiano

Buddhismo indiano Head of the Buddha

Dall’esperienza del Buddha e dalle Quattro Verità, la tradizione del buddhismo indiano trae i suoi concetti fondamentali.

Molte grandi religioni si fondano sulla scoperta di una certezza costante nel tempo, come quella di un Dio padre e creatore. Il buddhismo si fonda, invece,  su un’esperienza che mette in discussione ogni tipo di certezza.

Il Buddhismo non afferma neppure che esista realmente un proprio Sè.

Credere in un Io è l’illusione fondamentale che lega la nostra esistenza ad avere una visione distorta del mondo e alla sofferenza. Nessuna cosa esiste in sé, ma solo  in quanto intreccio di diverse circostanze in costante cambiamento. Questo vale anche per l’esistenza degli uomini e, quindi, di noi stessi.

Per dimostrare questa importante constatazione, il Buddha insegnò la teoria dell’Originazione Dipendente. Essa mostra la catena di cause ed effetti che lega direttamente l’esistenza e la sofferenza dell’uomo all’ignoranza che lo porta a credere in un Io permanente.

Il buddhismo indiano si evolve: dal pensiero dell’Abhidharma al buddhismo del grande veicolo

Dopo la morte del Buddha, il buddhismo indiano sviluppa una propria visione del mondo e una propria filosofia. 

I primi pensieri  riguardanti la visione del mondo  dei maestri buddhisti indiani, vennero raccolti nell’Abhidharma. Insieme al Vinaya e al Sutta Nikaya, l’Abhidharma costituisce la prima raccolta completa degli insegnamenti del Buddha arrivata fino a noi.

Ai testi del canone Pali fa riferimento la comunità monastica della Via degli Anziani, o Shtaviravada, da cui discende il buddhismo theravada, esistente ancora oggi tra Sri Lanka e Thailandia.

Cinquecento anni dopo, da uno scisma  nascerà una seconda famiglia di scuole buddhiste: il buddhismo mahayana, o buddhismo del Grande Veicolo.

Il buddhismo mahayana si differenzia dal primo buddhismo antico per diverse innovazioni nell’approccio alla pratica e alla dottrina. 

La pratica buddhista venne aperta ai laici, includendo forme di pratica devozionale. 

La pratica monastica viene arricchita di percorsi simbolici e ritualistici e il suo pensiero abbraccia grandi autori che rivoluzionano la filosofia buddhista del tempo.

Tra questi, abbiamo due grandi protagonisti del nostro percorso: Nagarjuna e Vasubandhu.

Nagarjuna, il maestro della vacuità.

Buddhismo indiano Monaco buddista seduto

Il primo grande maestro del buddhismo mahayana presentato nel seminario è Nagarjuna, vero protagonista della storia di questo tipo di buddhismo.

È il fondatore della scuola madyamaka, o scuola del sentiero di mezzo, e autore di diverse opere nelle quali critica, punto per punto, la dottrina degli Abidharmika. Il metodo dialettico di Nagarjuna, il tetralemma, smonta tutti i concetti del buddhismo, arrivando a lasciare l’unica vera natura del mondo buddhista: la Vacuità, o sunyata. La Vacuità rappresenta una realtà impossibile da concettualizzare, di cui si può solo fare esperienza. Proprio per questo, la realtà autentica.

Attraverso la critica radicale di ogni teoria del buddhismo indiano che possa fare di un concetto stabile qualsiasi esperienza della realtà, Nagarjuna lascia intendere una verità importante: la sola dimensione che è possibile conoscere davvero è quella che  la saggezza derivata dalla pratica meditativa, la prajna, permette di conoscere.

Vasubandhu e la teoria della “sola coscienza”

Oltre a Nagarjuna, un secondo grande maestro del buddhismo mahayana è Vasubandhu, fondatore della scuola yogacara. Questa scuola del buddhismo indiano si chiama cittamatra, scuola della Sola Coscienza.

Mentre la ricerca di Nagarjuna consisteva  sull’assenza di esistenza individuale dei fenomeni, le domande di Vasubandhu si concentrano su come la coscienza umana riesca a darci l’immagine di ciò che percepiamo. 

Secondo Vasubandhu, la realtà che conosciamo deriva da un flusso che,  da una “coscienza deposito”  indistinta, si sviluppa, per successive differenziazioni, nella coscienza dei nostri pensieri e quella del frutto dei nostri sensi.

Tra Nagarjuna e Vasubandhu, le origini dello zen

Buddhismo indiano Mani di Buddha

I grandi maestri del buddhismo mahayana, Nagarjuna e Vasubandhu, riconoscono due dimensioni della realtà: quella assoluta e reale, e quella relativa e convenzionale. 

Nella prima dimensione, non esiste nessuna differenza né tra i vari fenomeni, né tra un proprio Sé e il mondo esterno. 

La seconda, invece, è relativa all’esperienza dei sensi e della mente. Quindi ammette tutte queste differenziazioni per rendere, a fini pratici, più semplice una comprensione del mondo. 

È in questa seconda dimensione che nasce l’illusione dell’Io, e, di conseguenza, la sofferenza esistenziale.

In entrambi questi autori suggeriscono un approccio intuitivo alla pratica del buddhismo. Alla riflessione logica e razionale viene sostituita la sapienza frutto della pratica meditativa. Tale intuizione porta alla dimensione assoluta nella quale è possibile trovare la liberazione dall’Io e, con essa, la liberazione dalla Sofferenza: il Nirvana.

Sono le intuizioni di questi maestri rivoluzionari del buddhismo indiano che renderanno possibile la trasmissione della religione fino in Cina, in Tibet e in Giappone, dove si sono evolute e sviluppate nei secoli fino ad oggi. E la pratica viva dei monasteri zen ne riflette la realizzazione concreta in ogni momento.

Ecco perché è importante conoscere il buddhismo indiano.