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Un libro introvabile e una tazza di tè

La voce del Maestro
Un libro introvabile e una tazza di tè

L’importanza di vivere, di Lin Yutang. Prima edizione nel 1937, in Italia da Bompiani nel 1940. Oggi è introvabile e non viene ristampato.

Lo cito perché è tra i pochi libri che mi hanno insegnato qualcosa sulla pratica Zen senza mai nominarla. Lo scrittore è cinese, ama la sua cultura e a volte la esalta, ma il suo discorso è semplice: a vivere bene si impara come a cucinare bene, con le proporzioni giuste e senza fretta.

Chi pratica Zen sa quanto sia facile complicare. Si arriva alla meditazione con domande grandissime su che cos’è il sé, che cosa significa risvegliarsi, a che cosa serve la vita. A forza di domande ci si dimentica di vivere, e anche lo zazen diventa un compito da eseguire bene. Yutang, a modo suo, ci dice di smettere di trattare la felicità come un problema da risolvere. È il tipo di cosa che un maestro direbbe a un allievo troppo bravo.

Il corpo come luogo di pratica

Il libro parte dai sensi: assaporare un piatto, sentire lo stomaco contento, accorgersi della stagione che cambia. A una mente educata a diffidare del corpo questo può sembrare poco spirituale. Ma nello Zen il corpo è dove si fa tutto. Dōgen, nelle istruzioni al cuoco del monastero, il Tenzo Kyōkun, tratta la cucina come una pratica completa: lavare il riso e tagliare le verdure con la stessa attenzione dello zazen. Il cibo non è una distrazione dalla Via.

Si sbaglia in due direzioni. Si può vivere solo coi sensi e diventare schiavi, e si può vivere solo di pensiero e diventare aridi. Yutang parla di una via di mezzo, un agire «mezzo e mezzo», e io la sento molto vicina all’equilibrio che cerchiamo sul cuscino: né inseguire il piacere né reprimerlo, ma vederlo mentre accade.

Quello che resta è ciò che abbiamo intorno

Un’idea del libro mi ha colpito più delle altre. Siamo di passaggio, abbiamo pochi decenni, e ciò che accumuliamo oggi domani sarà di qualcun altro. Questo è l’impermanenza, detta senza gergo.

Nel Genjōkōan Dōgen scrive che la legna diventa cenere e non torna legna, e che ciascuna dimora nel proprio prima e nel proprio dopo. Non ci dice di rattristarci, ci dice che la legna è intera quando è legna. Lo stesso vale per i nostri giorni: sono interi mentre li viviamo, non una fase da superare per arrivare a quelli veri che verranno.

Quindi non serve possedere più cose. Serve vedere meglio quelle che ci sono: una tazza di tè, una finestra, la luce di una certa ora, la bellezza di un giorno felice e la tristezza di quello infelice.

Si racconta che il maestro Jōshū, quando arrivava un monaco nuovo, gli chiedesse se fosse già stato in quel monastero. Se rispondeva di sì, Jōshū diceva: «Bevi una tazza di tè.» Se rispondeva di no, diceva: «Bevi una tazza di tè.» Quando il monaco responsabile gli chiese perché desse la stessa risposta a due persone diverse, Jōshū lo chiamò per nome. Quello rispose, e Jōshū gli disse la stessa frase.

Non è un modo per svicolare via. A chi arriva con un’etichetta addosso («io ci capisco», «io non ne so niente»), la risposta mette in mano la cosa più semplice che esista: una tazza di tè. Davanti a una tazza calda, l’esperto e il principiante sono la stessa persona, con le mani occupate e un momento davanti. Basta berla.

Sorridere dopo aver pianto

Yutang dice una cosa che mi ha fatto riflettere: per diventare saggi bisogna prima sentire le tragedie della vita, e poi sorridere. Nello Zen succede lo stesso. Chi arriva alla pratica per sfuggire al dolore spesso non regge. Chi lo ha attraversato, e ci ha pianto, impara a sorridere senza fingere. Per questo diffido dei maestri sempre sereni: il loro sorriso mi sembra senza storia.                        Non è un sorriso contro il dolore. È ciò che resta quando lo si è guardato fino in fondo e si è pronti ad affrontarlo.

Una cosa del libro la sento vicina, anche se la dico a modo mio. Yutang sembra diffidare delle domande che non finiscono mai, quelle che si rincorrono in cerchio e ci tengono lontani da quello che stiamo vivendo. Io non diffido delle domande. Il dubbio fa parte della pratica, come fa parte della vita. Senza domande non ci si muove, e chi smette di chiedersi qualcosa ha smesso anche di cercare. La differenza sta nel dove ci porta. Ci sono domande che aprono e domande che girano a vuoto. Le prime ci rimettono davanti a ciò che c’è: che cosa sto vivendo adesso? Le seconde ci tengono altrove: e se fosse diverso? E se avessi sbagliato? Una domanda che apre non pretende una soluzione. Resta con noi, e a volte la risposta non arriva con le parole ma con la vita che continua. Per questo credo che la felicità di cui parla Yutang non sia lontana dalla Via. Ci sono tante cose a disposizione: la famiglia, i fiori, il mare, una buona lettura, il cielo di notte. Non sono distrazioni dalla ricerca. Sono ciò che c’è, e possiamo guardarle con le nostre domande in tasca.

La vecchiaia, e il leggere per piacere

Yutang dedica pagine alla vecchiaia, e a come l’Oriente la onora: con rispetto per l’esperienza e con il tempo per l’ozio e la contemplazione. Da noi è il contrario. Oggi tutti rifuggono dalla vecchiaia, e a sentire come ne parliamo sembra che nessuno sia vecchio: si è “diversamente giovani”, “in là con gli anni”, “senior”. Ci vergogniamo di un’età che altrove si dichiara con orgoglio. Il suo non è un elogio dell’inerzia. È l’idea che a un certo punto della vita si possa smettere di dover dimostrare qualcosa. Per chi pratica è una cosa familiare: la Via non chiede di restare giovani, chiede di esserci, a qualunque età.                                                   E poi i libri. Leggere per piacere, non per dovere, e scegliere un libro come si sceglie un cibo. Quando insegno, vedo spesso chi legge i testi dei maestri Zen, come Dōgen, come un compito da svolgere, con il quaderno aperto e la fatica sul volto. Forse una pagina di Dōgen letta con piacere, anche solo una, fa più di dieci lette per dovere.

Per concludere

Questo libro non si trova. Se vi capita in mano, in una bancarella, nella biblioteca di qualcuno, aprite una pagina a caso. Non sarà un manuale di Zen e non ha niente da insegnare di tecnico. Ma ha qualcosa che a volte manca ai libri di pratica: ricorda che la Via passa anche dal tè, dal cibo, da una poltrona, e che vivere è già un modo di praticare.

UBI
Monastreo ZEN
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