Loading...
Home La Voce del Maestro Quando il mondo è in guerra, dove siamo noi?

Quando il mondo è in guerra, dove siamo noi?

La voce del Maestro
Quando il mondo è in guerra, dove siamo noi?

Ci sono giorni in cui apriamo gli occhi e la prima cosa che incontriamo è una guerra. Non importa dove accada. Un volto, una casa distrutta, un bambino che piange, una colonna di persone in fuga. Le immagini arrivano fino a noi e, dopo qualche minuto, passiamo ad altro. Una notizia, poi un’altra. La guerra è diventata parte del paesaggio quotidiano.  Eppure la domanda rimane: quando il mondo è in guerra, dove siamo noi? 

Non è una domanda politica. È una domanda sulla nostra mente. Davanti alla violenza cerchiamo subito un colpevole, una parte giusta e una parte sbagliata. È naturale. Abbiamo bisogno di orientarci, di capire, di prendere posizione, di sicurezza. Ma c’è un momento, quasi invisibile, nel quale l’altro smette di essere una persona e diventa “il Nemico”. Come succede? Succede attraverso le parole, attraverso le immagini, soprattutto attraverso la paura. Succede quando cominciamo a pensare “noi” e “loro” come se fossero due mondi separati, due nature umane diverse. A quel punto non vediamo più l’uomo che abbiamo davanti. Vediamo ciò che rappresenta. Non vediamo più un volto, vediamo un’etichetta. È così che la distanza diventa paura, odio e intolleranza.

 Lo Zen non ci chiede di negare la realtà. Non ci dice certamente che aggressore e vittima siano la stessa cosa, né che davanti all’ingiustizia dobbiamo rimanere neutrali. Sarebbe una forma di cecità. La non-dualità buddhista non significa confondere tutto. Significa vedere senza perdere la profondità delle cose in un mondo che naviga sempre più in superfice. Un’azione può essere condannata. Una violenza deve essere fermata. Un innocente deve essere protetto. Una responsabilità deve essere riconosciuta. Ma tutto questo può essere fatto senza trasformare l’altro in un essere disumano, perché purtroppo è parte del lato oscuro della mente dell’essere umano. È qui che il nostro impegno diventa difficile. Per esempio, quando siamo seduti in meditazione in zazen, non abbiamo bisogno di cercare il nemico. Basta stare fermi e osservare la mente. Arriva un pensiero, poi un altro. Arriva la rabbia. Arriva la paura. La mente costruisce rapidamente una storia e noi siamo già dentro quella storia, fuori dalla realtà. Zazen ci insegna qualcosa di semplice e molto difficile: vedere prima di reagire. Vedere la rabbia quando nasce. Vedere la paura. Vedere il giudizio. Vedere quel piccolo movimento della mente che dice: “Io sono questo, tu sei quello”. Non dobbiamo combattere contro questi pensieri. Anche questo sarebbe una guerra. Dobbiamo riconoscerli. Lasciarli apparire e lasciarli passare. Non è passiva accettazione è attivo movimento di profonda consapevolezza e profondo cambiamento.

Forse la pratica della pace comincia proprio qui. Non significa rimanere indifferenti davanti a ciò che accade nel mondo. Al contrario. Quando smettiamo di essere trascinati completamente dalla rabbia e dalla paura, possiamo vedere con maggiore chiarezza. Possiamo agire senza aggiungere altra violenza alla violenza. La compassione non è debolezza e non è nemmeno dire che tutto va bene. La compassione è guardare la sofferenza e non voltarsi dall’altra parte. È avere il coraggio di vedere anche ciò che non vogliamo vedere, anche dentro di noi. È riconoscere la responsabilità senza nutrire il desiderio di distruggere l’altro. Un essere umano può compiere azioni terribili. Questo non lo rende meno responsabile. Ma se lo trasformiamo in un mostro assoluto, perdiamo qualcosa anche noi. Perché nel momento in cui togliamo completamente l’umanità all’altro, diventa più facile togliere umanità anche a noi stessi. La storia ci ha mostrato molte volte dove conduce questa strada.

Il nemico, allora, non è soltanto quello che sta dall’altra parte di un confine. Può essere anche quello che costruiamo dentro di noi. E questo nemico non porta necessariamente un’uniforme. Può avere il volto del nostro vicino, di una persona che pensa diversamente da noi, di qualcuno che ci ha ferito.  

Quando il mondo è in guerra, dove siamo noi?

Siamo anche lì: nel nostro sguardo, nelle nostre reazioni e relazioni, nella capacità, o nell’incapacità, di riconoscere l’umanità dell’altro senza negare la sua responsabilità. Non possiamo decidere ciò che faranno i governi, gli eserciti o le nazioni. Possiamo però scegliere come stare davanti a ciò che accade. Nelle parole che pronunciamo, nelle immagini che condividiamo sui social, nel modo in cui guardiamo il dolore degli altri.                                                                       Forse è questo il punto più difficile: fermarsi abbastanza a lungo da vedere ciò che accade dentro di noi. Non per diventare neutrali, ma per non essere completamente posseduti dalla rabbia, dalla paura e dal bisogno di dividere il mondo tra buoni e cattivi. Non è un gesto piccolo. È un grande atto di coraggio, e forse proprio per questo sono in pochi ad affrontarlo davvero.  Perché la pace non comincia soltanto quando tacciono le armi. Può cominciare anche qui, nel momento in cui scegliamo di non lasciare che la violenza trasformi il nostro modo di vedere.

E allora, davanti a una guerra, la domanda più profonda forse non è soltanto: «Da che parte sto?»

Ma: che cosa sta accadendo dentro di me mentre guardo l’altro?

E soprattutto: chi sto trasformando in un nemico?

Tetsugen Serra

UBI
Monastreo ZEN
Iscriviti per ricevere notizie sugli eventi, i nuovi contenuti, gli sconti e altro ancora.
Up