Il Buddhismo in Giappone e lo sviluppo delle scuole Zen

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Il Buddhismo in Giappone e lo sviluppo delle scuole Zen

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1
1 | Introduzione: Il Buddhismo in Giappone
2
2 | Caratteristiche generali del Buddhismo di periodo Kamakura (XII-XIV secolo)
3
3 | L’introduzione delle scuole Zen (Sōtō e Rinzai)
4
4 | Lo sviluppo delle scuole Sōtō e Rinzai: breve storia dello Zen in Giappone
5
5 | Lo Zen e la cultura medievale
6
6 | Il significato di Dōgen
7
7 | Una breve panoramica delle opere di Dōgen
8
8 | Pratica e illuminazione
9
9 | Il mondo secondo Dōgen: Le cose come tempo
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La cronologia ufficiale, riportata nel Nihon shoki (Cronache del Giappone, 720 d.C.), pone l’entrata formale del Buddhismo in Giappone nell’anno 538 (o 552) nell’occasione in cui un re coreano dello stato di Paekche inviò una missione ufficiale all’imperatore Kinmei (539-571) del Giappone, accompagnata da regali di immagini e testi buddhisti.

Quando l’imperatore Yōmei (585-587), pochi anni più tardi, decise di abbracciare la nuova religione, vi fu un sollevamento di protesta da alcune parti che portò a un sanguinoso conflitto tra due clan rivali.

Iniziò così un sanguinoso conflitto che dopo alterne vicende, vide i Soga vittoriosi. 

Di conseguenza, il Buddhismo fu accolto definitivamente in terra giapponese.

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Nel periodo Kamakura, dopo secoli di gestazione, nacque un Buddhismo nipponizzato che riuscì a inserirsi nel tessuto profondo della società giapponese diventando una forza viva e vitale e un'espressione della creatività nipponica.

Di fatto, dal punto di vista storico, si può dividere la storia del Buddhismo in Giappone in due grandi fasi: la prima è quella che veda il Giappone diventare un paese buddhista, ossia adottare una religione a tutti gli effetti straniera, e la seconda quella in cui il Buddhismo diventa giapponese.

Nel XIII secolo, in una situazione politica di anarchia e guerre endemiche, si assistette a un profondo ripensamento religioso. I protagonisti sono alcuni grandi riformatori, dalla personalità carismatica che influenzarono il Buddhismo giapponese per tutto il resto della storia. È il caso di Dōgen (1200-1253), di Hōnen (1133-1212), di Shinran (1173-1263), di Nichiren (1222-1282) e di Ippen (1239-1289).

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Le scuole Zen, a differenza di quelle moderne in Giappone, fanno parte di una lunga eredità di scuole acquisite dalla Cina.

Fu portata in Giappone da monaci giapponesi che tornarono in Cina per apprendere il buddhismo alla fine del XII secolo. La maggior parte di loro erano monaci Tendai che, insoddisfatti della condizione religiosa nella loro nazione d'origine, viaggiarono alla ricerca di una versione praticabile del buddhismo.

Il Giappone non aveva scuole Chán distinte fino al XIII secolo. Nel periodo Kamakura, la nuova sensibilità religiosa, più concreta e popolare, favorì la diffusione di nuove dottrine, tra cui anche il Chán che in Giappone prese il nome di Zen.

I due più importanti maestri che portarono lo Zen dalla Cina, capostipiti delle due scuole Zen più diffuse ancora oggi, la Rinzai e la Sōtō, furono, però, Eisai (o Yōsai) Myōan (1141-1215) e Dōgen Kigen (1200-1253).

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Dal tardo XIII secolo per tutto il periodo Muromachi, ossia fino alla fine del XVI, la scuola Zen giunta a piena maturità, svolse un ruolo di primo piano sia nella sfera culturale, sia in quella sociale e politica del Giappone. Sono note anche in Occidente le arti influenzate dalle concezioni Zen, tra cui la cosiddetta cerimonia del tè (cha no yu), l’arte dei giardini, il teatro Nō, la letteratura sia cinese come quella di Gozan che si produceva nei templi, sia quella giapponese come la poesia e altri campi ancora come la pittura: in poche parole qualsiasi ambito artistico, letterario o comunque culturale. Questa influenza ha prodotto quella cultura che oggi consideriamo prettamente e tipicamente giapponese e che è ancora vitale.

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Lo Zen è stato uno dei più importanti promotori dello sviluppo culturale e artistico del Giappone medievale. E anche oggi esercita una profonda influenza. Nel periodo medievale lo Zen è stato il riferimento primario della cultura e dell’estetica giapponese: le dottrine di questa scuola hanno fornito l’ispirazione per una vasta gamma di arti e di produzione culturale. La cifra della cultura e dell’arte di questo periodo è la concezione della Via, michi o dō道, che sotto varie forme apparentemente diverse, mantiene tuttavia una unità di fondo nel suo ideale di dare un senso alla propria esistenza. Così fiorirono le varie Vie: la via del tè, della poesia, del teatro Nō, e altre nel campo artistico, ma anche le Vie delle arti marziali nella classe dei guerrieri. Da una parte, l’arte assunse una valenza religiosa e, dall’altra, la religione prese forma di arte.

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Secondo la leggenda, Dōgen nasce nel 1200 dall’unione del cancelliere Minamoto no Michichika e Ishi, precedente amante di Minamoto no Yoshinaka (il cugino sleale di Yoritomo e Yoshitsune), un membro dell’aristocrazia, in un periodo di conflitti e di rapporti difficili tra la corte imperiale di Kyoto e il nuovo governo militare di Kamakura. Non ci volle molto tempo prima che il giovane Dogen sviluppasse un “grosso grumo di dubbio”. Nel 1223, Dogen si unì a MyoZen per un viaggio di studio in Cina. Durante il suo primo anno, viaggiò in molti luoghi e incontrò molti maestri. Nel 1225, Dogen venne a sapere che il maestro Rujing era diventato abate del monastero di Tiandong e si unì al suo sangha. In quel periodo, Dogen scrisse la prima versione del “Manuale per la promozione dello zaZen”. Dal 1233 in avanti, Dogen raccolse un gran numero di discepoli, e decise di costruire un monastero che potesse accoglierli.

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Il primo passo di Dogen come maestro Zen fu un’esposizione dottrinale intitolata “Discorso sull’Affrontare la Via” (giapp: Bendowa),che redasse nel 1231. 

Il “Tesoro dell’Occhio dell’Autentico Dharma” (giapp: Shobogenzo) è una raccolta di istruzioni informali riportate ed esposizioni scritte di insegnamenti dottrinali, in un complesso stile letterario giapponese, sparso di espressioni cinesi (O, in altre parole, come si espresse un commentatore recente: Dogen “ammorbidì” il testo cinese con parole giapponesi per renderlo più accessibile). Oltre alle varie collezioni del “Tesoro”, ci sono i “Detti raccolti”, redatti in sette volumi della “Raccolta estesa di Eihei” (i tre volumi rimasti fuori contengono istruzioni scritte informali e poesie). Sono raccolte in cinese letterario di esposizioni formali che Dogen impartiva quando saliva sulla cattedra dell’abate nella sala dei monaci. Inoltre, ci sono anche opere meno voluminose come le istruzioni su “Materie essenziali per lo Studio della Via” ( giapp. Gakudō yōjin shū ), destinate ai nuovi discepoli e scritte a metà degli anni Trenta del 1200.

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Dogen è molto noto per due concetti: 

  • La pratica è una medesima cosa con l’illuminazione
  • La meditazione seduta (zaZen) è “la porta meravigliosa”, o il metodo attraverso cui l’illuminazione è immediatamente realizzata.

Dogen afferma nel “Discorso” che sedere in zaZen significa formare il “sigillo del Buddha”. All’inizio dello zaZen, si espira profondamente e si oscilla il corpo a destra e a sinistra. Riguardo allo stato della mente nello stato di contemplazione durante zaZen, i testi differiscono parzialmente nelle loro descrizioni. Essi concordano che, in preparazione della meditazione seduta, si dovrebbe cessare di pensare alle preoccupazioni quotidiane o preoccuparsi su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato. Inoltre, zaZen non dovrebbe essere praticato con l’obiettivo di diventare un Buddha.

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Che tipi di visione del mondo supportava la pratica di realizzazione dell’insight?

Dogen afferma che corpo e mente non sono due entità separate. È possibile guardare al mondo intero e ogni cosa dentro di esso come la mente, come è possibile guardare all’intero mondo come al corpo. Pose due principi: La Non-dualità e il principio che ogni cosa è anche tempo. Questa idea è specifica del pensiero di Dogen ed è presentata in uno dei primi testi del “Tesoro”, intitolato “Uji” o “Le cose come il tempo”. Il termine uji è un neologismo coniato da Dogen, ma il concetto è una concretizzazione di vecchie idee buddhiste, la cui più importante è quella di impermanenza. Le cose esistono a causa di certe condizioni, e quando le condizioni cessano, le cose in questione cessano di esistere. Non c’è nulla che esista per sé stesso, e quindi ogni cosa può esistere per un tempo limitato.

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