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Zen: Non Sapere, Giustizia e Sobrietà 

La voce del Maestro
Zen: Non Sapere, Giustizia e Sobrietà 

Lo Zen ricorda: ciò che si ripete senza essere interrogato perde respiro. Vivere di domande, non di certezze.
Oggi: fermarsi.
Non sapere come atto radicale.
Giustizia come attenzione.
Sobrietà come gesto silenzioso.

Non sapere come forma di intelligenza collettiva

In un mondo dove tutti sembrano avere una risposta pronta, lo Zen ci insegna il valore del non sapere. Non si tratta certamente dell’elogio all’ignoranza, ma di spazio: uno spazio in cui le idee possono respirare, in cui la mente non si aggrappa a schemi rigidi e in cui nuove possibilità possono emergere. Il non sapere è, in realtà, un atto di coraggio intellettuale. Rinunciare alla certezza immediata significa sospendere il giudizio e permettere alle situazioni di mostrarsi per quello che sono, senza il filtro della pretesa di avere ragione. In questo spazio, la mente non deve affrettarsi a chiudere il problema o a “vincere” una discussione, ma può accogliere sfumature, dubbi e punti di vista diversi per una crescita personale e collettiva.

Lo Zen ci mostra che la saggezza non nasce dal possedere tutte le risposte, ma dalla capacità di rimanere aperti, silenziosi e attenti. È un invito a coltivare una mente che non afferra, pronta a osservare, più che afferrare, senza reagire automaticamente. Questo atteggiamento, certamente non facile, che richiede un forte impegno da parte nostra, è tutt’altro che passivo: è attivare l’attenzione aperta, e crea la possibilità che nuove connessioni e intuizioni emergano spontaneamente.

In termini collettivi, il non sapere ha un potere ancora più profondo. Quando un gruppo o una comunità rinuncia alla necessità di avere risposte immediate (spesso confezionate), si apre uno spazio di intelligenza collettiva. È qui che il dialogo autentico, la cooperazione e la creatività trovano terreno fertile. Non si tratta di delegare a un leader, né di annullare la propria voce: si tratta di ascoltare insieme, di mettere in comune la propria apertura e di lasciare che emergano soluzioni che nessuno, da solo, avrebbe potuto vedere. In questo momento, in un’epoca individualista di soluzioni “troppo personali e individualiste”, il non sapere è quindi un atto radicale. 

Non Sapere significa quindi rifiutare la risposta facile, personale, momentanea e egoica per creare, dentro di noi, ma soprattutto, attorno a noi nel nostro sociale, un’oasi di ascolto e riflessione, dove la comprensione cresce più della convinzione, e dove le relazioni non sono battaglie di potere, ma tessuti vivi di scambio e cura reciproca.

Zen: Quando nessuno deve vincere, può emergere qualcosa di vero.

Pratica e giustizia

Se il non sapere apre spazio e può creare intelligenza collettiva, la pratica ci insegna a essere permeabili a ciò che accade, dentro e fuori di noi. La meditazione, che lo Zen mette come pratica principale, non è una bolla etica che ci protegge dal mondo: non rende neutrali, ci rende coscienti del nostro coinvolgimento. L’attivismo senza presenza, mosso solo dalla reazione, rischia di diventare cieco e frammentato. La pratica Zen ci guida verso un equilibrio sottile: vedere con chiarezza ciò che ci riguarda, senza irrigidirci né perdere il cuore, ma anche senza smarrirci in ideali universali che, pur facendoci sentire giusti e buoni, finiscono per nutrire soprattutto solo il nostro sentimento, e spesso, il risentimento verso le persone che non hanno la nostra “giustezza”.          

Anche la giustizia, come la pratica, perde significato se si trasforma in ideologia rigida. Resta viva solo quando si manifesta come attenzione alle conseguenze delle nostre azioni, parole e silenzi, personali e collettive: una presenza di coscienza che agisce senza irrigidirsi. Non è qualcosa da difendere a tutti i costi, ma un esercizio di lucidità e responsabilità, che nasce dalla consapevolezza. Il nodo delicato resta: come intervenire oggi senza farsi sopraffare dall’indignazione, senza anestetizzarsi, ma con attenzione e compassione, lasciando spazio al dialogo e al cambiamento invece di imporre risposte “giuste”? Così come il non sapere apre comunità e favorisce l’ascolto, la pratica consapevole ci permette di agire nel mondo senza perdere lucidità, cuore e profondità dell’esperienza. È in questo equilibrio che si colloca la pratica Zen.

Zen: Se il tuo cuore è presente, la giustizia può già fare un passo.

Vivere sobriamente in un mondo che ci consuma

In un sistema che ci spinge continuamente a prendere posizione, che ci consuma attraverso l’eccesso, la reazione e l’identità, il non sapere e la pratica consapevole diventano anche gesti di sobrietà profonda.  È in questa sobrietà dello sguardo e dell’agire che la pratica incontra la giustizia, non come ideologia, ma come responsabilità condivisa. Vivere sobriamente, allora, non significa sottrarsi al mondo, ma imparare ad abitarlo senza lasciarsi divorare dalle sue urgenze e dai suoi automatismi.

Esistono movimenti e teorie che propongono una riduzione volontaria dei consumi come risposta al consumismo e alla crescita illimitata, ma qui lo sguardo è diverso. La sobrietà, nello Zen, non è un modello economico né una virtù da esibire: è una libertà che nasce dalla consapevolezza. Un senso della sufficienza che apre alla giustizia, perché invita a riconoscere ciò che è abbastanza per sé senza sottrarlo agli altri, e a abitare il mondo con una responsabilità che è sempre condivisa.

Non è solo il consumo di oggetti o di desideri a esaurirci, è che ci consumiamo come esseri umani, ma non è solo colpa nostra: è la società a consumarci. Ci consuma facendoci correre dietro a aspettative impossibili, immagini impossibili, riconoscimenti continui, lavori che esauriscono energie, ci consuma con relazioni tossiche che moltiplicano incertezze, ci consuma con ideali che non ci appartengono. Passiamo la vita a inseguire modelli e valori che sembrano promettere senso e arricchirci, solo per ritrovarci, spesso, troppo consumati per farlo, a desiderare finalmente di vivere davvero. Ci consuma un continuo cambiamento di valori: quelli vecchi appaiono vuoti, quelli nuovi spesso non ci sono, e nel frattempo dimentichiamo ciò che conta nel profondo del nostro essere.
A noi non resta che consumare ciò che la società ci mette in pasto. E lo facciamo con maestria, perché se non riprendiamo in mano la nostra vita, altro non ci resta che consumare per sentirci vivi… sino al momento di consapevolezza

La pratica Zen ci invita a osservare questi movimenti interiori senza giudicarli, a portare attenzione al nostro modo di vivere invece di seguirlo automaticamente. La sobrietà nasce da questa presenza vigile, non dalla morale. È uno spazio in cui possiamo scegliere di non lasciarci consumare dal mondo, ma di restare vivi e presenti a ciò che importa davvero.

Sobrietà: una parola quasi dimenticata, soffocata dal rumore dell’eccesso e dell’urgenza. Eppure indica una qualità semplice e radicale: stare in ciò che basta, con attenzione, senza farsi consumare dal bisogno di avere di più o di essere di più. Sobrietà non significa meno vita: significa più spazio mentale, più presenza, più capacità di relazione. Vivere con meno diventa un gesto silenzioso ma radicale: non contro qualcuno, non come protesta, ma come scelta consapevole di non alimentare un mondo che ci consuma.

La sobrietà non si impone, non si ostenta. Si manifesta quando la pratica affina lo sguardo e chiarisce ciò che veramente è.

Idea da far respirare: Quando niente manca dentro di noi, il desiderio si quieta da solo.

Lasciare spazio

Lo Zen, come sempre, non offre risposte definitive, ma domande. Domande che aprono spazio: spazio nel non sapere, spazio nella pratica, spazio nel vivere con quanto basta. E in questo spazio, ogni passo diventa presenza, ogni gesto diventa il necessario. Quando nessuno deve vincere, quando nessuno deve avere ragione, qualcosa di vero può emergere.

Un’ultima domanda resta sospesa, come un respiro Zen:
“Cos’è necessario, qui e ora?”
Forse non c’è risposta da afferrare, né teoria da difendere.
Forse…  c’è solo questo istante da vivere consapevolmente.

UBI
Monastreo ZEN
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