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IL PERDONO NON È UNA VIRTÙ

La voce del Maestro
IL PERDONO NON È UNA VIRTÙ

Nel quotidiano, tendiamo a pensare al perdono come a qualcosa che si dà o si riceve: “Mi scuso”, “Ti perdono”, “Non riesco a perdonarmi”. Ma in questo modo, il perdono diventa subito un peso, una questione di ruoli contrapposti, di colpa e aspettative, carica di tensione.

Nello Zen, il perdono che chiamiamo Sange è tutt’altra cosa. 

Non è un atto che si compie, ma un’esperienza profonda, spirituale, una purificazione dell’essere che riguarda chiunque, praticante o meno. In questo contesto, il perdono è legato alla purificazione della mente e del cuore. Non si tratta di perdonare qualcuno per qualcosa che ha fatto, ma di lasciare andare il peso del passato, che opprime e condiziona la nostra vita e quella dell’altro. Liberarsi dal risentimento e dal senso di colpa che ostacolano la pace interiore, é un atto di rilascio, dove l’energia emotiva negativa accumulata dalle esperienze passate si dissolve, senza essere trattenuta.

Quindi, nel contesto Zen, il perdono non è un atto morale, ma una condizione di pace interiore. È un momento in cui ci si rende conto che il legame con il passato, con l’idea di “giusto” e “sbagliato”, svanisce, e la mente si libera. La mente, senza attaccamenti, è libera, e questa libertà porta alla tranquillità e alla saggezza. Liberarsi dal peso del perdono, dal dover perdonare, essere perdonati o perdonarci, crea uno spazio di leggerezza mentale, una mente che è pronta ad accogliere la compassione e l’accettazione.

Il primo passo è sospendere ogni giudizio. Solo così può nascere una consapevolezza sana di sé, che significa accettazione e presenza. Ma non si tratta solo di accettare sé stessi, ma anche gli altri. Senza questa consapevolezza, la nostra visione rimane sempre soggettiva, imprigionata nella nostra prospettiva unica. La chiarezza della mente, come insegna il buddhismo, è il primo passo. Nello Zen, questa chiarezza è strettamente legata al perdono, che non è un rituale per essere assolti o diventare migliori. Non serve a riparare qualcosa per poi, forse, tornare in pace. Il perdono è già la pace, è l’essere presenti nella vita così com’è, nel “qui e ora”. Il riconoscimento consapevole di sé non è chiedere perdono, ma smettere di voltarsi indietro, restare davanti a ciò che è stato senza nome, senza scuse, con le mani vuote.

Il riconoscimento consapevole di sé non sistema il passato e non promette il futuro. Accade ora, come un respiro che non trattiene più nulla. In questo spazio, il perdono non arriva dopo, è lo spazio che si apre quando non c’è più niente da nascondere. Non è un gesto eroico, non richiede forza, ma solo la volontà di non fuggire. Nel riconoscimento consapevole di sé, come accettazione e presenza, non ci sono più né chi perdona, né chi è perdonato. C’è solo un peso che cade quando smettiamo di sostenerlo, e ciò che resta non ha nome: è camminare più leggeri, senza sapere perché.

Nella vita quotidiana facciamo errori. Falliamo. Deludiamo. Veniamo delusi.
Se restiamo prigionieri del giudizio, ogni errore diventa una ferita aperta. Ma quando siamo sostenuti dalla compassione, possiamo vivere oltre l’errore e oltre il successo, oltre il “ho fatto bene” e il “ho fatto male”.

Questo non significa giustificare tutto. Significa non essere schiacciati da ciò che accade. 

Quando invece viviamo il perdono in chiave dualistica, entriamo nel gioco della colpevolezza: chi ha torto, chi ha ragione, chi deve chiedere perdono, chi deve concederlo. Questo crea una distanza tra noi e l’altro, che impedisce la vera pace. Nello Zen, invece, il perdono non è un atto verso l’esterno, ma una dimora interiore, uno spazio di serenità che precede ogni giudizio.

Viviamo perché siamo già abbracciati da questa compassione.
E il senso della vita, nello Zen, non è altro che esprimere gratitudine per questo abbraccio, momento dopo momento.

Il primo passo del perdono nello Zen è il riconoscimento di un mondo fondato sulla compassione e sull’apertura. Significa accogliere tutto, senza eccezioni: gli errori e le vittorie, ciò che ci piace e ciò che rifiutiamo. Il maestro zen Dōgen parla di “un unico terreno”, il luogo originario in cui tutti gli esseri dimorano in armonia, prima che la mente inizi a separare, giudicare, dividere.

Questa apertura non è una resa passiva né un’accettazione acritica. È piuttosto un momento di sospensione, uno spazio di silenzio che diventa consapevolezza e ristabilisce un rapporto giusto e diretto con la realtà, anche con quella passata. In questo spazio non neghiamo ciò che è stato, ma smettiamo di opporci ad esso.

Quando, attimo dopo attimo, tocchiamo questo punto di connessione profonda, il perdono non è più il perdono come lo intendiamo abitualmente, ma diventa qualcosa di naturale, semplice come il respiro quotidiano. Non è più un dovere morale né un gesto da compiere, ma una qualità dell’essere, una dimensione viva del nostro essere: un’altra liberazione realizzata.

 In conclusione, il perdono nello Zen è un atto di riposo autentico. Non è una resa, ma la quiete che nasce quando smettiamo di combattere contro la vita. In questo spazio, il perdono diventa un modo di camminare, di parlare, di apprendere, e affiora naturalmente da un’esistenza vissuta senza separazioni superflue.

Da una vita così piena e consapevole germogliano comprensione e saggezza. Non perché abbiamo compreso ogni verità, ma perché siamo finalmente a casa nel qui e ora, esattamente dove siamo.

UBI
Monastreo ZEN
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